DAGOREPORT - ALLA SCAZZO COATTO, SEGUIRA' VENDETTA, TREMENDA VENDETTA DEL TRUMPONE? QUANTO RISCHIA…
DOPO CAPACI E VIA D'AMELIO, SCOPPIA UN'ALTRA BOMBA (IN LIBRERIA): "IL CASO GENCHI" PER LA PRIMA VOLTA I CONTENUTI DEL DISCUSSO ARCHIVIO, FINO A POCO TEMPO FA COPERTO DAL SEGRETO INVESTIGATIVO, VENGONO RESI PUBBLICI ED È SUBITO CAOS CHI INTERCETTÒ BORSELLINO PER SAPERE IL SUO ARRIVO NON ATTESO IN VIA D’AMELIO?
1 - IN UN LIBRO I GIALLI DELL'ARCHIVIO GENCHI
Cristina Marrone per "il Corriere della Sera"
È il 24 gennaio scorso quando Silvio Berlusconi annuncia in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica: c'è un signore che ha spiato trecentocinquantamila persone». Il signore in questione si chiama Gioacchino Genchi, da 17 consulente di varie procure, tribunali e corti d'assise in tutta Italia. Ma cosa contiene davvero il cosiddetto «archivio Genchi»?
Va detto che, anche se molto materiale è inedito, proviene comunque da fonti non ufficiali e che lo stesso consulente è finito sotto inchiesta per «violazione della privacy», «abuso d'ufficio» e «costituzione illecita di archivio». Per la prima volta i contenuti del discusso archivio, fino a poco tempo fa coperto dal segreto investigativo, vengono resi pubblici in un libro «Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello Stato» (Aliberti editore con prefazione di Marco Travaglio) scritto dal giornalista Edoardo Montolli e basato sulle memorie difensive del consulente. Nel libro si descrive Catanzaro come una realtà torbida: magistrati a contatto con boss della 'ndrangheta, procuratori a pranzo con inquisiti, avvocati e giudici che si sentono prima e dopo le decisioni favorevoli agli imputati.
Secondo Genchi e Montolli, quaranta giorni prima di far archiviare la posizione di un suo indagato, indicatogli dalla Procura Nazionale Antimafia come riciclatore di denaro sporco in Lussemburgo, l'ex procuratore capo di Catanzaro Mariano Lombardi ci sarebbe andato a pranzo insieme [...]
Con Saladino, stando sempre a quanto raccontato nel libro, la moglie di Lombardi, Maria Grazia Muzzi, intratteneva pure rapporti di collaborazione almeno dal 2006. «Genchi aveva scoperto tutto rianalizzando le intercettazioni dei carabinieri ritenute 'non di interesse operativo'» spiega Edoardo Montolli. E sarebbero stati diversi, scrive il giornalista, i magistrati di Catanzaro a dover dare spiegazioni a un giudice se i tabulati raccolti da Genchi in realtà non fossero stati dichiarati inutilizzabili.
A proclamarli nulli fu infatti il sostituto procuratore generale Alfredo Garbati che prese in carico «Why not». Dai tabulati, sostiene sempre Genchi, risultavano moltissimi contatti di Garbati con uno dei principali indagati, l'assessore calabrese Nicola Adamo. Montolli tira in ballo anche Giancarlo Elia Valori e sostiene la tesi che fosse in contatto con protagonisti delle scalate bancarie a Bnl e Antonveneta.
Nel periodo delle indagini, secondo la versione di Genchi, avrebbe intrattenuto contatti con tre generali delle fiamme gialle e con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, che proprio quelle indagini conduceva. Genchi ricorda poi quella notte del maggio 1993, quando decise di lasciare le indagini sui delitti Falcone e Borsellino perché la polizia voleva arrestare subito il presunto telefonista di via D'Amelio, Pietro Scotto (ostacolando di fatto la possibilità di rintracciare i mandanti): «L'ex capo della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera scoppiò a piangere. Mi disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere alle parole che mi stava dicendo».
2 - DAL LIBRO "IL CASO GENCHI", Aliberti editore
Da "Il Fatto Quotidiano"
VIA D'AMELIO: LA PISTA SCOTTO
Ciò che gli era da subito sembrato strano era stato il perfetto disegno dell'attentato, preparato nei minimi dettagli, dall'intercettazione volutamente rudimentale della linea telefonica della sorella di Borsellino, all'esplosivo di tipo bellico utilizzato (...). E un'altra cosa, soprattutto, non capiva. Da dove potessero aver azionato il telecomando dell'autobomba i mafiosi, in un luogo chiuso come via D'Amelio. (...). C'era un solo punto da cui la visuale sul posto sarebbe stata perfetta: il Monte Pellegrino.
In cima c'era un castello, il castello Utveggio. E dentro, un centro studi. (...). Nei pressi del castello c'erano apparecchiature della Sielte, la stessa ditta per cui lavorava Pietro Scotto, il telefonista che aveva individuato come possibile autore dell'intercettazione a casa Borsellino (...). E che da via D'Amelio fino a dove cominciava a salire il Monte Pellegrino faceva avanti e indietro spessissimo. Pietro Scotto, fratello del boss Gaetano, che sarà condannato per la strage di via D'Amelio. Poi (...) aveva scoperto come in questo centro studi, il Cerisdi, ufficialmente una scuola per manager, si celasse, al tempo della strage di via D'Amelio, una base coperta del Sisde, smobilitata pochi giorni prima che l'indagine arrivasse lì, a dicembre '92 (...).
giuseppe graviano
filippo graviano
LE RIVELAZIONI SU LA BARBERA
"Dopo le accuse di Candura e la confessione di Scarantino", racconta Genchi, "decisero di arrestare Pietro Scotto, l'uomo che avevo individuato come possibile telefonista per via D'Amelio. Mi parve una cosa assurda. Stava a due passi dal nostro ufficio, era intercettato, avrebbe potuto forse portarci ben più avanti. Perché faceva avanti e indietro da via D'Amelio a sotto il Monte Pellegrino, su cui avevo focalizzato l'analisi dei tabulati. Ci fu una discussione durissima, di fuoco. Continuavo a spiegargli che si doveva aspettare, che non potevamo agire. Glielo ripetevo alla nausea: non arrestarlo, non arrestarlo (...).
Litigammo tutta la sera e per buona parte della notte. Ero infuriato: il mancato riscontro sul viaggio di Falcone, l'abbaglio su Maira, e ora l'arresto di Scotto per le confessioni di due personaggi improbabili come Candura e Scarantino che rischiavano di far naufragare l'inchiesta. (...). Fu allora che La Barbera scoppiò a piangere. Pianse per tre ore. Mi disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere a quello che mi stava dicendo. Ma lo ripeté ancora. E ancora. E furono le ultime parole che decisi di ascoltare. Me ne andai sbattendo la porta. L'indomani mattina abbandonai per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. E le indagini sulle stragi".
Spatuzza
bruno contrada carcere ph dummy
ROMANO, IL MEDICO CHIAMATO DA SCOTTO
I tabulati scivolano verso gli ultimi giorni di vita di Borsellino. Il 17 e il 18 luglio 1992. "Se davvero le linee del telefono di casa della sorella di Borsellino furono intercettate", dice Genchi, "c'era da capire (...) se Borsellino avesse accennato al telefono che avrebbe spostato l'appuntamento della visita della madre nello studio del cardiologo dal sabato alla domenica (...) del 19 luglio. Perché se qualcuno ascoltò, allora forse fu davvero così che si seppe dell'arrivo non previsto del giudice in via D'Amelio. (...). L'autobomba non poteva essere portata in via D'Amelio troppo tempo prima. Era stata rubata, c'era il rischio che fosse controllata. E Gaetano Scotto probabilmente necessitava di avvertire, o di essere avvertito da qualcuno, sull'arrivo esatto di Borsellino".
Ci sono due telefonate dal cellulare del magistrato a casa della sorella, dove stava la madre per andare dal dottore e in cui Borsellino poteva comunicare i suoi spostamenti. Le ultime due: il 17 luglio alle 15,37 e il 18 luglio alle 16,54. "Rilevo alcune telefonate, in orari successivi alle 16,54 del 18 luglio, il pomeriggio prima della strage, dai telefoni di Gaetano Scotto al telefono di casa di un medico. Nell'ipotesi che si era fatta che il telefono di casa della sorella di Borsellino fosse stato intercettato, l'accertamento della natura di queste chiamate, da parte dello stragista Gaetano Scotto, mi sembrava una cosa piuttosto importante. (...). Soprattutto in virtù di quanto aveva iniziato a dichiarare Gaspare Mutolo".
Già dal 17 luglio 1992, nell'interrogatorio che gli fece Borsellino nel palazzo della Dia, (...) Mutolo (...) aveva accusato una schiera di notabili (...). L'operazione si era diretta contro i capi della Cupola, i Graviano, Gaspare Spatuzza e un dottore in particolare, accusato addirittura di essere un boss di Brancaccio (...), Giuseppe Guttadauro (...), che sarebbe stato il punto di snodo dell'inchiesta su mafia e sanità (...). Ma non fu l'unico medico a essere trascinato a processo. (...) Un altro fu assolto, e non fu nemmeno proposto appello, perché non ci fu una prova di una condotta criminale. (...).
"Il professor Maurizio Romano", racconta Genchi, "fu a lui che il pomeriggio del 18 luglio 1992 Gaetano Scotto telefonò a casa, dopo che Borsellino aveva chiamato dalla sorella. E la natura di quella chiamata credo fosse assolutamente da accertare. (...)".
DUE CHIAMATE MAI INDIVIDUATE
"Quello che già rilevai allora", racconta Genchi, "sono tre chiamate davvero importanti. E riguardano il primo luglio del 1992". Il pomeriggio del primo luglio è quello dell'incontro tra Mutolo e Borsellino al palazzo della Dia di Roma. Della telefonata intorno alle tre, dopo la quale il magistrato gli avrebbe detto la famosa frase: "Sai Gaspare, devo smettere perché mi ha telefonato il ministro... manco una mezz'oretta e ritorno". E poi, dice Mutolo, era tornato agitato e disse di aver visto, invece del ministro Nicola Mancino, insediatosi proprio quel giorno, Vincenzo Parisi e Bruno Contrada. Il ministro con cui aveva appuntamento, secondo la sua agenda grigia, alle 19,30. L'episodio di cui l'attuale vicepresidente del Csm ricorda poco o nulla.
"Il traffico telefonico di quella giornata di Borsellino", dice Genchi, "l'avevo analizzato per intero (...). Al pomeriggio, due telefonate ricevute da un cellulare del ministero dell'Interno, alle 14,37 e alle 14,38 della durata di 24 e 9 secondi. Poi, una telefonata da un altro cellulare, alle 19,08, cellulare intestato al ministero dell'Interno, direzione centrale della polizia criminale. Cellulari che mai lo avevano contattato prima. E dei quali, pur essendo intestati al ministero degli Interni, non sono mai riuscito a sapere chi fossero gli usuari.
Ora, siccome Mutolo riferisce che Borsellino sostenne che gli aveva telefonato il ministro in persona, non è difficile, se si vuole, capire se fosse vero, trovando l'effettivo usuario. Perché è chiaro che se era stato davvero chiamato dal ministro, poi è difficile immaginare che il ministro non se lo ricordi. (...) Così come utile sarebbe individuare l'usuario del cellulare che chiamò il giudice alle 19,08, dato che alle 19,30 sull'agenda, c'era scritto dell'incontro con Mancino.
A questi devono aggiungersi le eventuali chiamate eseguite da utenze fisse e dai centralini, come quello del ministero dell'Interno, che, all'epoca non venivano registrate nei tabulati dei cellulari Etacs. Dubito che il ministro Mancino (...) potesse aver chiamato Borsellino con il proprio cellulare. Le chiamate provenienti dai cellulari, semmai, possono ricondurre all'identificazione dei funzionari di polizia e delle personalità dello Stato e della magistratura, che hanno avuto in quei giorni contatti con Borsellino. Questo, con le agende che sono state recuperate, può essere di grande aiuto alle indagini".
I TABULATI DI CIANCIMINO
Le telefonate di Massimo Ciancimino: Genchi se n'è occupato recuperandone i tabulati fin dal 1991. Isolando (...) tre telefonate a numeri riservati dei ministeri della Giustizia e dell'Interno, del 9 luglio 1991 e del 3 settembre, quando era cominciato il processo a carico del padre (...). Un'altra telefonata, sempre a un numero riservato del ministero dell'Interno, il 19 gennaio 1992, due giorni dopo la condanna in primo grado di don Vito (...). Come dire che i suoi contatti, lui o suo padre, li aveva ancora. (...)
Ed erano contatti, quelli di Massimo Ciancimino, che partivano dalle primavere del '92 e del '93 (...) con numerose utenze di interesse che, si dice convinto, (...) potrebbero ancora fornire riscontri alla famigerata trattativa tra Stato e mafia di cui il figlio dell'ex sindaco di Palermo sta parlando ai magistrati (...) C'è un sacco di gente cui chiedere spiegazioni. Specie dopo che Agnese Borsellino è tornata a parlare (...) raccontando ciò che a Genchi aveva detto troppi anni fa: che qualche giorno prima della strage, suo marito le aveva raccomandato di non alzare la serranda della camera da letto, perché avrebbero potuto spiarli dal castello Utveggio. (...). "Ho delle rivelazioni cruciali da fare su via D'Amelio", dice Genchi, "Se questa volta a Caltanissetta mi permetteranno di farle, ne sarò felice".
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