DAGOREPORT - SARÀ STATO UN BIGNÉ IN DOPPIOPETTO, UN FABBRICANTE DI MILIARDI…
E ORA GIORGIA MELONI CHE FA? – “REPUBBLICA” INCALZA LA PREMIER DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE D’ASSISE DI ROMA SUL CASO REGENI: “NON DOVREBBE ESSERE DIFFICILE PER UNA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO E UN GOVERNO SOVRANISTI IMPEGNARSI PUBBLICAMENTE A PRETENDERE DAL GENERALE AL-SISI LA CONSEGNA DEI RESPONSABILI DELLA MORTE DI UN CITTADINO ITALIANO INNOCENTE. E NON DOVREBBE ESSERE DIFFICILE PER UN GOVERNO CHE HA SOSPESO SCHENGEN CON LA SPAGNA IRRIDENDONE IL PRIMO MINISTRO, BATTERE UN PUGNO SUL TAVOLO DI UN REGIME CHE CONFONDE LA NOSTRA ‘AMICIZIA’ E IL GRUMO DI IMPORTANTI E DELICATI INTERESSI GEOPOLITICI CHE CI LEGANO CON UNA CAMBIALE DI IMPUNITÀ” – IL “CORRIERE DELLA SERA”: “AL DI LÀ DEL VERDETTO RESTA LA LOGICA: SE AL RAPIMENTO SONO SEGUITE LE TORTURE E L’ASSASSINIO, È INEVITABILE DEDURRE CHE PURE QUEI CRIMINI SIANO STATI COMMESSI ALL’INTERNO DELLO STESSO DISEGNO CHE FA CAPO ALLE FORZE DI SICUREZZA DEL CAIRO…”
REGENI, IL GIUSTO PROCESSO
Estratto dell'articolo di Carlo Bonini per “la Repubblica”
Manifestazione per giulio regeni
Converrà ricordarlo a lungo questo pomeriggio del 28 settembre. Perché la sentenza della Corte di Assise di Roma […] è una boccata di aria limpida. È la dimostrazione che una democrazia fondata sullo Stato di diritto può perseguire e piegare la violenza di un regime che per definizione si pretende impunito senza per questo snaturarsi. Senza finire con il somigliargli e dunque senza negare se stessa.
Un regime sequestra, tortura e uccide un innocente senza processo in nome della sua paranoia. Una democrazia processa, condanna e in parte assolve i carnefici di un innocente in nome del principio di uguaglianza di fronte alla legge, della certezza del diritto e del rispetto dell’habeas corpus dell’imputato. Cittadino o straniero che sia.
Hanno dunque ragione la famiglia Regeni e l’avvocato di parte civile Alessandra Ballerini a sostenere di leggere in questo verdetto la conferma di aver “giustamente riposto fiducia nella giustizia italiana”.
E hanno ragione il procuratore Francesco Lo Voi e il suo aggiunto Sergio Colaiocco a leggere nella decisione della Corte la conferma della solidità di un impianto accusatorio costruito con rigore, resilienza e intelligenza nell’arco di dieci anni, sormontando prima l’ostinata manipolazione di prove e testimonianze da parte del regime egiziano e poi il suo ostinato e arrogante ostruzionismo processuale che avrebbe dovuto spegnere il giudizio prima ancora che avesse inizio.
al sisi accoglie giorgia meloni al vertice per la pace di sharm el sheikh
Hanno ragione perché la Corte di assise di Roma consegna la morte di Giulio a una verità cristallina. Che furono uomini degli apparati del generale Al-Sisi a sequestrarlo e a torturarlo per giorni perché confessasse ciò di cui non era e non poteva essere responsabile. E che fu nelle mani di quel regime, in una delle sue fetide galere, che Giulio venne giustiziato per mano di uomini degli apparati che il processo, in questo caso, non è riuscito a identificare oltre ogni ragionevole dubbio.
Con l’approdo a questa verità la magistratura del nostro Paese ha assolto al suo dovere costituzionale, esercitando con responsabilità e misura la sua funzione. E insieme a lei, accanto a lei, una famiglia e un’avvocata hanno dimostrato a un Paese intero come si possa combattere con dignità e integrità per ottenere quella verità. Che Davide può sconfiggere Golia. […]
Il colonnello egiziano Uhsam Helmi
Per dieci anni, la famiglia Regeni ha chiesto “verità e giustizia per Giulio”. Ora che la verità è stata accertata, perché la giustizia si compia è necessario che chi ne ha il compito — il governo del nostro Paese — metta mano a ogni strumento politico e diplomatico legittimo perché la pronuncia di una corte libera e sovrana non resti lettera morta.
Non dovrebbe essere difficile per una presidente del consiglio e un governo sovranisti impegnarsi pubblicamente, in Parlamento, a pretendere dal generale Al-Sisi la consegna dei responsabili della morte di un cittadino italiano innocente.
E non dovrebbe essere difficile per un governo che ha sospeso Schengen con la Spagna irridendone il primo ministro, battere un pugno sul tavolo di un regime che con tutta evidenza ha confuso e confonde la nostra “amicizia” e il grumo di importanti e delicati interessi geopolitici che ci legano con una cambiale di impunità, rappresentandogli quale sarebbe il prezzo da pagare nel rifiutarsi di riconoscere le proprie responsabilità.
In fondo, basterebbe un po’ di coraggio e un’idea della sovranità non solo come clava identitaria ma come bandiera dei principi inscritti nei primi 54 articoli della nostra Costituzione. Quelli che quotidianamente calpestano regimi come quello egiziano. Quelli in cui credeva Giulio e in cui in questi dieci anni ha dimostrato di credere una parte importante del nostro Paese. Quella che alla famiglia Regeni ha fatto da “scorta”.
Nel Paese in cui — spesso a sproposito — si invoca “il giusto processo” e le sue garanzie c’è oggi una straordinaria occasione. Salutarne uno che si è appena concluso rendendogli piena giustizia. Dimostrando che la sacrosanta autonomia che la politica rivendica rispetto alla giustizia non significa riserva di impunità (propria o altrui), ma, al contrario, garanzia che lì dove la legge penale non può e non deve arrivare è la politica che deve sentire l’urgenza di sedersi a capo tavola.
A dieci anni dalla morte di Giulio, è un’ultima chiamata.
Mancarla, rinviarla, travestirla — come purtroppo lasciano intendere le parole pronunciate ieri sera dal ministro degli Esteri Tajani — sarebbe sì l’ultimo oltraggio non solo a quel ragazzo morto tra indicibili sofferenze al Cairo, ma a quelle migliaia di ragazze e ragazzi come lui che continuano a credere nella forza dei diritti e nella loro capacità di cambiare il mondo. Esattamente come Giulio, non meritavano ieri e a maggior ragione non meritano più ulteriori genuflessioni e foto opportunity nei palazzi di un regime responsabile — oggi possiamo dirlo sostenuti dalla forza di una sentenza — di un delitto di Stato.
processo regeni -manifestazione fuori dal tribunale di roma
IL VERDETTO CHE SVELA LE TRAME DEL REGIME
Estratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera”
Le condanne di tre imputati su quattro per sequestro di persona hanno un significato preciso: Giulio Regeni fu rapito da quei tre appartenenti alla National security egiziana che lo hanno «monitorato» prima di farlo sparire. Dopodiché Giulio ricomparve cadavere, con evidenti segni di tortura, ma per le percosse e l’omicidio l’unico accusato anche di quei reati (giudicato colpevole del sequestro) è stato assolto. Vuol dire che le prove raccolte a suo carico, essenzialmente testimoniali, non sono state ritenute sufficienti a condannarlo.
Antonio Tajani Abdel Fattah Al Sisi
La giustizia italiana è arrivata fin qui. Ma al di là del verdetto resta la logica: se al rapimento sono seguite le torture e l’assassinio, è inevitabile dedurre che pure quei crimini siano stati commessi all’interno dello stesso disegno che fa capo alle forze di sicurezza del Cairo. Nonostante non sia stato possibile individuare i responsabili con nomi e cognomi, anche (e soprattutto) a causa dei mille ostacoli frapposti dall’Egitto prima alle indagini e poi al processo.
È questa la sintesi di una sentenza che può essere definita «a metà strada» tra le ragioni di accusa e difesa, tanto da consentire dichiarazioni soddisfatte sia ai pubblici ministeri e ai familiari di Regeni, sia agli avvocati d’ufficio chiamati ad assistere gli imputati-fantasma.
Assenti ieri come sempre. Tuttavia quel traguardo di metà strada rimane certamente un successo per chi non s’è arreso all’impunità di un crimine per il quale è dovuta intervenire la Corte costituzionale a stabilire che non ci si poteva fermare di fronte al boicottaggio di uno Stato estero.
Già arrivare a un dibattimento e portarlo a termine è stata una vittoria insperata e impensabile dieci anni fa, aveva ammonito ieri mattina, prima dell’ultima udienza, l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini.
Perché è stato un processo faticoso, attraverso il quale lo Stato di diritto s’è affermato su un regime che ha eroso ogni forma di separazione dei poteri, con le sue strutture politiche, militari, investigative, di intelligence e giudiziarie dirette da «un’unica regia», come ha spiegato il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco nella sua requisitoria.
Un regime che identificò il 28enne ricercatore friulano come potenziale pericolo, trasformandolo in un «bersaglio politico attenzionato» dalle forze di sicurezza. Che l’hanno stretto in una ragnatela fino a soffocarlo, e poi hanno costruito «mattone dopo mattone», dal giorno dopo il ritrovamento del cadavere, un muro a propria protezione.
A partire dall’autopsia eseguita al Cairo, al di fuori dei protocolli internazionali, per sostenere che le lesioni della vittima erano compatibili con una morte da incidente stradale.
Quel muro ha costituto un intralcio costante, e ha interrogato fin dall’inizio i governi italiani che si sono succeduti in questi dieci anni. Perché i rapporti diplomatici, economici e commerciali con il regime di Al Sisi sono (e restano) un problema che ha sempre affiancato la difficile ricerca della verità sulla fine di Giulio.
Dal momento in cui, nell’aprile 2016, da Roma fu richiamato l’ambasciatore al Cairo per via della cooperazione giudiziaria negata e solo successivamente accennata, a quando […] ne fu rimandato uno nuovo in virtù della promessa di un’ulteriore collaborazione.
Rilevatasi del tutto inefficace, se non truffaldina. Preludio all’interruzione definitiva di ogni tipo di relazione tra le due autorità giudiziarie.
A dicembre 2020 la Procura generale della Repubblica araba (con al vertice un magistrato diverso da quello che in precedenza aveva interloquito con i colleghi italiani) redasse un memorandum che accusava i pubblici ministeri romani di avere violato — loro — le regole e i trattati internazionali giungendo a «conclusioni illogiche» e non conformi al diritto.
Un altro mattone del muro eretto per nascondere la verità. Da quel momento la mancata collaborazione egiziana s’è trasformata in aperta ostilità, tesa a impedire il processo, nascosta dietro la tesi di Regeni ucciso da qualche forza oscura che voleva incastrare le forze di sicurezza del Cairo per danneggiare le relazioni tra i due Paesi.
Ora la sentenza emessa da una corte d’assise ha a sua volta rigettato questa ricostruzione, e torna a interrogare entrambi i governi. Facendo gravare su quello italiano la responsabilità di una mossa per provare — almeno provare — a farla eseguire.
A cominciare dai risarcimenti alle parti civili (famiglia Regeni e presidenza del Consiglio) come sottolineato dall’avvocata Ballerini. Nella consapevolezza che se pure sull’altra sponda del Mediterraneo non si dovesse muovere nulla, da questa parte del mare una magistratura autonoma e indipendente ha affermato il principio ribadito ancora dal procuratore Colaiocco nel suo atto d’accusa: «Nonostante dieci anni di depistaggi, omissioni, falsità e protezioni istituzionali, il diritto alla verità e alla giurisdizione non è stato cancellato» .
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