DAGOREPORT – ANCHE MERZ, NEL SUO PICCOLO, S’INCAZZA! IL CANCELLIERE TEDESCO È UNA FURIA CONTRO…
James W. Foley da “La Repubblica”
Pubblichiamo la lettera che James Foley scrisse alla Marquette University, dove si laureò in Arte nel 1996, dopo i 44 giorni trascorsi in prigionia in Libia nella primavera 2011.
Sono stato catturato insieme a due colleghi e tenuto prigioniero in un carcere militare a Tripoli. Di giorno in giorno avevo sempre più paura che mia madre avesse paura con me. Continuavo a ripetermi che aveva una grandissima fede. Ho pregato perché sapesse che stavo bene. Ho pregato di poter riuscire a comunicare con lei.
In seguito ci hanno spostato in un’altra prigione, dove il regime teneva rinchiusi centinaia di prigionieri politici. Una notte — la diciottesima da quando eravamo stati catturati — alcuni secondini mi hanno fatto uscire dalla cella. Nell’ufficio delle guardie, un uomo distinto mi ha detto: «Pensiamo voglia chiamare la sua famiglia». Ho recitato un’ultima preghiera e ho composto il numero di casa. Mia madre ha risposto al telefono.
«Mamma, sono io, Jim».
«Jimmy dove sei?» «Sono ancora in Libia. Mi spiace per quello che sta accadendo».
«Non devi. Come stai?». Le ho detto che mi trattavano con riguardo.
«Ti stanno costringendo a dire queste cose, Jim?» «No», le ho detto. «Ho pregato affinché sapessi che sto bene. Non hai sentito le mie preghiere?”» «Oh Jimmy, ci sono così tante persone che stanno pregando per te. Tutti i tuoi amici. Non hai sentito le nostre preghiere?» mi ha chiesto a sua volta.
«Sì, mamma, le sento». Forse erano davvero le loro preghiere a infondermi forza. La guardia ha fatto un movimento. Ho cominciato a salutarla e mamma ha iniziato a piangere. «Ti vogliamo tanto bene, Jim!», ha detto e poi ho chiuso.
Le parole di quella telefonata mi sono risuonate in testa centinaia di volte, e così pure la voce di mia madre, la sua consapevolezza della situazione nella quale mi trovavo, la fiducia che riponeva nel potere della preghiera. Sapevo di non essere solo. Se non altro, la preghiera è stata il collante che ha reso possibile la mia liberazione, prima quella interiore, poi quella vera e propria, con il nostro rilascio durante una guerra nella quale il regime non aveva alcun incentivo concreto a lasciarci andare. Non aveva senso che ci lasciassero andare proprio allora, ma la fede lo ha reso possibile.
(Traduzione di Anna Bissanti)
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