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Carmelo Lopapa per “la Repubblica”
Il centrodestra è lui, non ce n’è più per nessuno. Matteo Salvini convoca una conferenza stampa di fine anno a Montecitorio per ricordare ad alleati e avversari quali siano i reali rapporti di forza in una destra sempre più destra, che chiama a raccolta, a gennaio a Milano, Marine Le Pen e uomini di Putin. È solo l’ultima provocazione, l’affondo che terremota ancora più Forza Italia. Silvio Berlusconi ormai stanco e avvilito dalle beghe interne non replica nemmeno.
Il leghista parla da leader e non solo del Carroccio. «I numeri ci dicono che se si votasse oggi la coalizione la guideremmo noi e siamo pronti a farci carico», dice prima di aprire un panettone a beneficio delle telecamere. Chi esprimerà la leadership a quel punto è altrettanto chiaro.
«Noi nel 2016 arriveremo al 20 per cento» è la sfida. E i berlusconiani si chiariscano le idee, prima del 19 gennaio, quando al Senato è stata calendarizzata la mozione di sfiducia del centrodestra al governo Renzi (voluta da Lega e Fdi). Alla fine, la firma di Paolo Romani e degli altri senatori di Fi è arrivata, ma contro il capogruppo forzista Salvini mostra di avere un conto in sospeso.
«Uniti si vince », premette. E poi sferza: «Se qualcuno ritiene che Boschi sia un ottimo ministro vada al governo. Chi si sente renziano, verdiniano e alfaniano vada. Non mi serve. Io fatico a star dietro a quello che succede in Lega, figuriamoci in Forza Italia».
Quindi, dà per scontanto che tutto il centrodestra sarà il 28 gennaio a Milano: «Ci sarà la prima volta di Marine Le Pen in Italia. Con tutta la coalizione: ho invitato anche i rappresentanti del movimento di Putin». In privato poi la sfida che Salvini lancia parlando coi suoi è ancora più alta: «Voglio vedere il 19 gennaio quanti forzisti saranno in aula, gli assenti si scorderanno di entrare in lista».
Già, perché il listone sarà unico e i soli cento capilista con la certezza di essere eletti. Raccontano che il capo del Carroccio ne avrebbe già rivendicati 60, comunque non meno di 50. Ai forzisti non ne spetterebbero più di una trentina e i parlamentari infatti sono precipitati nel panico. Soprattutto ieri. E Berlusconi? Di ora in ora i suoi in Transatlantico si aspettavano una reazione.
«Non possiamo finire sotto il palco della Le Pen, non può abbandonarci, vedrete che gli replica». Il Cavaliere invece si eclissa. A Salvini rispondono con toni sobri Toti, Bergamini, la Calabria. Lui diserta perfino lo scambio di auguri con Mattarella al Colle, preferendo una cena d’auguri in pizzeria a Desio con un paio di senatori. Sempre più stanco delle liti tra i suoi, non tornerà a Roma nemmeno per un brindisi natalizio con i parlamentari.
«Non ne posso più, tanto in lista andrà gente nuova» è lo sfogo privato. Sembra che nemmeno del brand Fi a questo punto gli interessi più di tanto. I capigruppo Brunetta e Romani dopo giorni di scintille siglano una nota congiunta: «Fi è un grande partito. Mettiamoci subito al lavoro. tutti insieme». Ma potrebbe essere troppo tardi.
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