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Maria Antonietta Calabrò per il “Corriere della Sera”
Dopo quattro anni, stanno per rientrare Oltretevere i 23 milioni di euro all’origine del lo scandalo che ha travolto lo Ior, la banca vaticana. La somma era stata posta sotto sequestro nel settembre 2010 sul conto dello Ior presso il Credito Valtellinese (ex Artigiano) per ordine della Procura di Roma (con indagine nei confronti dell’allora presidente Ettore Gotti Tedeschi, totalmente prosciolto a inizio 2014, e di Paolo Cipriani e Massimo Tulli allora direttore generale e vice direttore generale dell’Istituto).
Lo Ior, oggi presieduto da Jean-Baptiste de Franssu, ha chiesto al Credito Valtellinese di far rientrare oltre le Mura Leonine i soldi, in modo da aprire in seguito un vero e proprio conto bancario di corrispondenza, aderente alla legge antiriciclaggio italiana e alla nuova legge antiriciclaggio vaticana dell’ottobre 2013. Per sanare quella che è stata, per motivi storici, un’anomalia tutta italiana (lo Ior agiva in Italia come cliente, ma al tempo stesso per i suoi clienti, cosiddetti conti misti).
La situazione si è sbloccata dopo che in una lettera al Credito Valtellinese, l’Istituto, «su base spontanea», ha voluto rivelare i beneficiari di 36 transazioni avvenute sul quel conto prive di quegli «elementi che possano avere reso poco chiara l’origine, la titolarità o la destinazione dei fondi». Si tratta di una rimessa (2008) di 15 milioni da parte della Conferenza episcopale italiana (Cei).
Poi, due operazioni (2 milioni e 300 mila euro e un milione e 495 mila euro dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, maggio 2009), poco più di un milione dell’«Ass. Aiuto alla Chiesa che soffre». Tutte le altre sono di importi molto inferiori. Niente nomi né di politici né di clienti cosiddetti “laici”. Il consigliere italiano dello Ior, Carlo Salvatori, è stato parte molto attiva nei colloqui e tutto si è svolto sotto l’occhio vigile dell’Uif della Banca d’Italia e dell’Aif vaticana, diretta dallo svizzero René Brülhart.
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