larry fink

“IL CAPITALISMO RISCHIA DI PERDERE LEGITTIMITÀ” (TRADOTTO: SE CONTINUIAMO A FARE I SOLDI SOLO NOI, PRIMA O POI CI FANNO IL CULO) - IL NUMERO 1 DI BLACKROCK, LARRY FINK, SCUOTE IL FORUM DI DAVOS E LANCIA L’ALLARME SULLA CRESCENTE INGIUSTIZIA SOCIALE – ANCHE IL CAPITALISTA PIU’ CAPITALISTA DEL MONDO E' COSTRETTO A RICONOSCERE LA DISTANZA SIDERALE CHE ORMAI C'E' TRA ÉLITE E POPOLO - FINK AVVERTE ANCHE SUI RISCHI LEGATI ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE (“RISCHIA DI AMPLIFICARE LE DISUGUAGLIANZE INVECE DI SANARLE”), E CHIEDE UN CAMBIO DI ROTTA: MENO AUTOREFERENZIALITÀ, PIÙ ECONOMIA REALE - NEL MONDO CI SONO 3MILA MILIARDARI CHE INSIEME DETENGONO UNA RICCHEZZA DI 18.300 MILIARDI DI DOLLARI E 4,1 MILIARDI DI PERSONE CHE TUTTI INSIEME HANNO MENO SOLDI DEI 12 UOMINI PIÙ RICCHI...

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Fabrizio Goria per la Stampa - Estratti

 

Il sistema è incrinato. Larry Fink, il numero uno di BlackRock, sceglie il palcoscenico di Davos per lanciare un avvertimento che somiglia a una presa di coscienza di dove sta andando il consenso globale. Il capitalismo, per come lo abbiamo conosciuto e celebrato, rischia di perdere la propria legittimità politica e morale.

 

larry fink

Non è la solita esortazione al progresso, ma una diagnosi spietata sulla distanza che separa l’élite finanziaria dal resto del mondo. Il paradosso di questa edizione del World Economic Forum è tutto in una domanda che il presidente del colosso del risparmio gestito rivolge ai suoi pari:

 

«Ora quella più difficile: qualcuno, fuori da questa stanza, se ne importerà davvero?». È la presa d’atto di una crisi di fiducia che ha trasformato la prosperità in un concetto astratto per chi vive fuori dai perimetri della finanza globale. Il nodo del problema, secondo Fink, risiede nella natura stessa della crescita economica degli ultimi decenni. 

 

(...) È qui che il capitalismo ha smesso di essere percepito come un ascensore sociale per diventare un club esclusivo.

 

larry fink

Fink, che ormai incarna il ruolo di nuovo baricentro del Forum, insiste sulla necessità di trasformare i cittadini da semplici spettatori in «proprietari della crescita». Il sistema non può reggere se i benefici restano confinati nei portafogli di chi già detiene il potere economico. La prosperità non può essere ridotta alla sola capitalizzazione di mercato o alla dinamica dei listini; deve diventare un’esperienza tangibile per chi si sente escluso dai dividendi della globalizzazione. Se la percezione del capitalismo resta quella di una macchina che lavora solo per chi la governa, il rischio di una rottura definitiva del contratto sociale diventa una certezza.

 

larry fink

Il test decisivo per la tenuta di questo modello è rappresentato dall’irruzione dell’intelligenza artificiale, un tema che a Davos domina ogni conversazione ma che Fink declina con una preoccupazione politica inedita. L’innovazione rischia di amplificare le disuguaglianze invece di sanarle, creando nuovi monopoli della conoscenza e dell’infrastruttura. Il monito del ceo di BlackRock è preciso: «Se l’intelligenza artificiale farà al lavoro impiegatizio ciò che la globalizzazione ha fatto a quello manifatturiero, dobbiamo affrontarlo direttamente».

 

Non bastano le rassicurazioni generiche sulla creazione di nuovi mestieri nel futuro; serve un progetto credibile che garantisca una partecipazione diffusa ai guadagni di produttività che la tecnologia genererà. Il rischio è che i primi benefici finiscano solo nelle mani dei proprietari dei modelli e dei dati, lasciando ai lavoratori il peso dell’obsolescenza. Fink individua in questo passaggio la sfida cruciale per la sopravvivenza del capitalismo contemporaneo: la capacità di integrare le masse nel nuovo ciclo economico prima che il dissenso sociale lo travolga.

larry fink, borge brende, donald trump al world economic forum di davos 2026 foto lapresse 8

 

La strategia per recuperare legittimità passa da un cambiamento di metodo che Fink definisce come la fine dell’epoca delle lezioni impartite dall’alto. Il Forum non può più permettersi di essere una bolla autoreferenziale che ignora il conflitto di idee e le prospettive di chi ha subito le conseguenze della deindustrializzazione e delle crisi finanziarie. Per questo il presidente di BlackRock propone un radicale spostamento del baricentro del dibattito verso l’economia reale.

 

La sua visione prevede una leadership capace di ascolto e di confronto con la realtà industriale occidentale e con i centri emergenti del sud globale. «La montagna scenderà sulla terra», aggiunge, delineando un percorso in cui il grande capitale accetta di misurarsi con le esigenze delle comunità locali e dei lavoratori.

donald trump Larry Fink

 

 

 

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