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QUI MARINA CI COVA – CHI HA AFFOSSATO L’EMENDAMENTO DI FDI SULLE PREFERENZE? TRA I MELONIANI I SOSPETTI SI DIRIGONO VERSO I DEPUTATI DI FORZA ITALIA FEDELI A MARINA BERLUSCONI. LA CAV IN GONNELLA, CHE HA IN MANO LE FINANZE AZZURRE, NON HA MAI DIGERITO I PIANI DELLA DUCETTA SU UNA RIFORMA ELETTORALE CHE PREMIA IL PARTITO PIÙ FORTE DELLA COALIZIONE. E CHE DAREBBE UNO STRAPOTERE A “IO SO’ GIORGIA” SULLA SCELTA DEL PROSSIMO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA – POCO DOPO IL VOTO CHE HA RESPINTO L’EMENDAMENTO, A MONTECITORIO LA “VEDOVA MORGANATICA” DEL CAV, MARTA FASCINA, E IL SUO FEDELISSIMO TULLIO FERRANTE SONO STATI VISTI RIDERE DI GUSTO – “LA STAMPA”: “MELONI FA QUELLO CHE CHI LA CONOSCE DA SEMPRE AVEVA PREVISTO: CERCA DI CAPITALIZZARE UNA SCONFITTA. DI TRASFORMARLA IN UNA BATTAGLIA COMBATTUTA CONVINTAMENTE IN SOLITARIA...”
Estratto dell’articolo di Ilario Lombardo per “La Stampa”
AULA DELLA CAMERA RESPINGE L'EMENDAMENTO DI FDI SULLE PREFERENZE
Due scene per raccontare la morte annunciata di un emendamento e la soddisfazione di chi lo ha osteggiato fino all'ultimo. In fila per lo champagne all'ambasciata francese, Gianmarco Centinaio, ex ministro della Lega e vicepresidente del Senato, agita le braccia come se non contenesse l'entusiasmo mentre parla con i senatori di Italia Viva Silvia Fregolent e Ivan Scalfarotto: «Oggi è veramente una bella giornata».
È passata solo mezz'ora dal voto alla Camera: «Ma io sono un senatore – scherza malizioso – quindi non ho nessuna responsabilità». Quasi contemporaneamente, in un corridoio di Montecitorio due deputati di Forza Italia, Tullio Ferrante e Marta Fascina, ridono di gusto per nulla preoccupati da quanto è appena successo. Non sono due parlamentari azzurri qualsiasi.
La seconda, solitamente assente in Parlamento, è stata l'ultima compagna di Silvio Berlusconi, e oggi si dice molto sensibile alle indicazioni politiche della primogenita Marina, presidente di Fininvest.
Lega e Forza Italia avevano pregato Giorgia Meloni di non forzare, che il rischio di un incidente era concreto. La sera prima del voto, l'altro ieri, durante l'ultimo confronto a tre, la premier aveva provato a spiegare ad Antonio Tajani e a Matteo Salvini che affossare l'emendamento avrebbe anche potuto provocare una slavina verso una crisi di governo.
emendamento di fdi sulle preferenze bocciato – elly schlein alla camera esulta
Qualcosa meno di una minaccia a cui il segretario di Forza Italia e il leader della Lega hanno risposto spiegando a Meloni che se le opposizioni avessero attivato la trappola del voto segreto loro non sarebbero stati in grado di garantire la tenuta dei gruppi. E, alla fine, è andata secondo le più fosche aspettative. La logica dei franchi tiratori ha prevalso.
L'eco del boato delle opposizioni che in Aula hanno accolto il "no" per un solo voto alle quasi-preferenze è ancora forte a Palazzo Chigi quando Meloni, poco meno di due ore dopo, commenta il duro colpo subito a Montecitorio. «Ci abbiamo provato – sentenzia – ma ha vinto di nuovo la palude».
La premier sostiene di aver tentato di reintrodurre le preferenze «dopo 30 anni di liste bloccate», anche se preferenze non erano, e la formulazione dell'emendamento prevedeva i capilista bloccati e un listino di sei nomi scelti dai leader su cui apporre tre crocette.
Ma è l'unico modo per uscirne senza infilare la portiera dell'auto della scorta e salire al Quirinale per rimettere il mandato. Nel comunicato che confeziona, mentre dà ordine di trasmettere tutta la sua ira, Meloni fa quello che chi la conosce da sempre aveva previsto: cerca di capitalizzare una sconfitta. Di trasformarla in una battaglia combattuta convintamente in solitaria: «Un'occasione persa per gli italiani».
marta fascina tullio ferrante piu liberta piu crescita foto lapresse
Persa per colpa altrui. Per la sinistra e le opposizioni «che hanno voluto il voto segreto» ed «esultano come se avessero vinto un Mondiale». «Ma anche» per «i diversi voti che sono mancati nella maggioranza». Ed è su questo, conclude, che «serve una riflessione».
[...] Da Palazzo Chigi filtra l'arrabbiatura della premier ma anche la volontà di non drammatizzare ulteriormente. Fonti a lei vicine dicono che non dovrebbe salire al Colle, perché sostengono si tratti solo di una modifica alla legge elettorale finita in un binario morto. Un emendamento che secondo il presidente del Senato Ignazio La Russa si potrebbe recuperare a Palazzo Madama, dove il voto da regolamento è solo palese.
Resta l'amarezza, comunque. E la sensazione di non riuscire a contrastare le forze avverse interne alla maggioranza. I sospetti, tra i meloniani, si dirigono quasi automaticamente verso i deputati fedeli a Marina Berlusconi.
Sanno che la manager, che ha in mano le finanze e l'eredità spirituale di Forza Italia, non ha mai digerito i piani di Meloni su una riforma elettorale che premia il partito più forte nelle coalizioni. E che darebbe uno strapotere alla leader di FdI, anche sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica, se dovesse prevalere di nuovo il centrodestra.
Meloni ha tentato, convinta di riuscire a dominare le frustrazioni di tanti anonimi parlamentari. Ma il voto segreto sa essere spietato. Lo aveva intuito, forse troppo tardi, nel pomeriggio di ieri.
«Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto» ha scritto in un post, poco prima della chiamata in Aula. Era un appello rivolto agli avversari, ma in realtà stava parlando ai suoi alleati. Ora, proprio per non dare l'impressione di farsi risucchiare dalla palude, la leader non frenerà sulla legge elettorale.
[...] Altro discorso in Senato, dove la maggioranza ha già deciso di farla andare a rilento in attesa di vedere i sondaggi di settembre. Se a quel punto, come credono la premier e i ministri di Fratelli d'Italia, il fenomeno Roberto Vannacci si sarà sgonfiato, allora si procederà verso l'approvazione.
Se invece il generale dell'ultradestra dovesse continuare la sua ascesa, lo stop definitivo, per ragioni di convenienza, diventerà uno scenario molto concreto.
marta fascina tullio ferrante paolo berlusconi piu liberta piu crescita
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