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“ANTONIO, VAI TU” – LA MELONI INVIA AL BOARD TRUMPIANO PER GAZA IL SUO “MAGGIORDOMO” TAJANI. QUEL MERLUZZONE DEL LEADER DI FORZA ITALIA SI TROVERA’ IN MEZZO AD AUTOCRATI E DITTATORELLI VARI, NEL CLUB DEI PUZZONI GLOBALI: CHISSA COSA’ NE PENSERA’ MARINA BERLUSCONI CHE NON PERDE OCCASIONE PER INFILZARE TRUMP – QUELLA DELLA “DUCETTA” È UNA MOSSA PER MASCHERARE L’ISOLAMENTO RISPETTO A BERLINO E PARIGI, CHE DISERTANO IL BOARD – MELONI, DA VERA CHEERLEADER TRUMPIANA, NON HA VOLUTO STRAPPARE CON L’AMMINISTRAZIONE MAGA. ANCHE PER RICUCIRE I RAPPORTI CON GLI USA DOPO LE TENSIONI SULLA GROENLANDIA E LE PAROLE DEL TYCOON SUI SOLDATI ITALIANI IN AFGHANISTAN – DAGOREPORT
Lorenzo De Cicco per repubblica.it - Estratti
«Mandare un ambasciatore a Washington per il Board of peace? Ne stiamo ancora discutendo». Alle cinque meno venti, imboccando l’uscita centrale di Montecitorio, direzione Senato, Antonio Tajani ammetteva, a domanda di Repubblica, un’ipotesi rimasta allo studio del governo fino a sera.
L’idea era di procedere con un ulteriore downgrade della delegazione italiana incaricata di partecipare domani alla prima riunione del controverso panel composto da Donald Trump: non la premier Giorgia Meloni e nemmeno il ministro degli Esteri. Un semplice diplomatico, probabilmente l’ambasciatore negli Stati Uniti, Marco Peronaci. All’ora di cena, però, arriva il contrordine.
giorgia meloni saltella al comizio di napoli con maurizio lupi e antonio tajani
A sciogliere il nodo è una telefonata tra il vicepremier e la stessa Meloni, di ritorno dalla cerimonia dell’anniversario dei patti lateranensi. «Antonio, vai tu», l’input della presidente del consiglio. Al varo di questa para-Onu privata, alle dirette dipendenze di The Donald, l’Italia dunque ci sarà con il numero due dell’esecutivo. Scelta politica. Non condivisa dal grosso delle cancellerie europee, da Parigi a Berlino. Con il rango di ministri degli Esteri, ad ora, hanno confermato la presenza solo Cipro, Slovacchia e Repubblica Ceca. Roma si accomoderà comunque al tavolo del tycoon con un ruolo minore, «Paese osservatore».
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Meloni fino all’ultimo non ha voluto strappare con l’amministrazione Maga. Sarebbe volata in prima persona a Washington, se l’avesse seguita almeno uno dei big europei. Ma da Emmanuel Macron a Friedrich Merz, il grosso degli inviti dagli Usa non è stato accettato. A quel punto il governo, come detto, ha valutato persino l’opzione minima: mandare un ambasciatore. Fino alla retromarcia serale. Obiettivo: rammendare i rapporti con gli Usa, sfilacciati dopo le tensioni sulla Groenlandia e i soldati italiani in Afghanistan, insultati da Trump, che con il nostro Paese non si è mai scusato, al contrario di quanto fatto con i britannici.
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Il cruccio del Board innervosisce anche i rapporti tra il governo e il Vaticano. Ai piani alti dell’esecutivo non sono passate inosservate le parole di Pietro Parolin sulle «perplessità» legate all’ingresso nel panel. Il tema, secondo fonti informate, è stato affrontato nel chiuso di Palazzo Borromeo, durante l’anniversario dei patti lateranensi, nella seconda parte del bilaterale, quella dedicata agli esteri, con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Mentre nella prima riunione, estesa solo all’esecutivo, si è parlato di politica interna. Anche di referendum, dopo le sortite di diversi vescovi che hanno irritato il governo. «Ma la Santa Sede non fa campagna elettorale», la rassicurazione a porte chiuse.
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