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Marco Palombi per “Il Fatto quotidiano”
Angela Merkel ormai vince anche a pallone, diventa una diva pop circondata da giovani calciatori multietnici e Matteo Renzi rischia di fare la fine di Felipe Scolari. La cosa divertente è che il Mario Götze (l’attaccante che ha risolto la finale dei Mondiali a favore della Germania) della Cancelliera potrebbe essere Pier Carlo Padoan, oriundo nella nazionale del rigore tedesco.
Il ministro dell’Economia, infatti, economista con lungo curriculum, è poco incline agli orizzonti telemacoformi del suo presidente del Consiglio e assai più ad adottare gli schemi interpretativi della “tecnoélite” a cui appartiene: “C’è una totale coincidenza di vedute con la Germania sul fatto che le riforme siano essenziali e che riforme e consolidamento fiscale sono due facce della stessa medaglia”, ha scandito dopo l’Ecofin della scorsa settimana. Il consolidamento fiscale, per i distratti, è l’austerità.
Non solo: a Palazzo Chigi sono convinti che l’indiscrezione (subito smentita) pubblicata dal Corriere della Sera su un anticipo a ferragosto della Legge di Stabilità sia una manovra del Tesoro per incatenare Renzi ai vincoli europei: più che la Finanziaria, insomma, si tratterebbe di anticipare ad agosto la nota di aggiornamento del Def (Documento di economia e finanza, in cui sono scritti i saldi dei conti pubblici) per sancire nero su bianco il rispetto degli impegni di bilancio scritti negli accordi Ue e la presa d’atto che il ciclo economico è negativo (cioè che il Pil crescerà meno dello 0,8% previsto).
Che i rapporti tra i due siano al minimo storico è testimoniato anche dal fatto che sul ritorno dell’anatocismo bancario (il calcolo degli interessi sugli interessi abolito dall’ultima Finanziaria e reintrodotto dal dl Competitività attualmente in Senato) il presidente del Consiglio abbia dato via libera ai suoi per lasciare solo il Tesoro: è stato il ministero dell’Economia, per il tramite di Bankitalia, ad accordarsi con le banche sul tema e ora Palazzo Chigi di fatto lo sconfessa dando il via libera agli emendamenti soppressivi. Il problema, per Renzi, è che se Padoan è isolato a Roma, non altrettanto accade a Bruxelles, dove domani il premier debutta come guida del Consiglio dell’Unione.
La Germania non cambia verso – specialmente ora che il suo modello risulta vincente anche nell’immaginario popolar-calcistico – e la flessibilità concessa all’Italia sarà né più né meno che quella già prevista dai Trattati (cioè quasi zero, nelle nostre condizioni di bilancio). Lo ha ribadito anche ieri – e sempre sul Corsera – uno dei consiglieri di Angela Merkel, El-mar Brok, nei panni del portiere alemanno Manuel Neuer, che blocca i timidi tentativi italici: “Esistono leggi e regole di bilancio che tutti i paesi, e il Parlamento europeo, hanno concordato insieme. Perciò ogni paese deve rispettarle” (segue, per la cronaca, discreto rammarico perché l’Italia nel 2011 si è sottratta al controllo della Troika, il triumvirato Fmi-Bce-Ue, generosamente offerto da Berlino).
E cosa chiedono i rigoristi all’Italia per il 2014-2015? Semplice: altre lacrime, altro sangue. È la natura di accordi come il Fiscal Compact, non c’è da meravigliarsi. In numeri fa 20 miliardi di tagli e/o nuove tasse per restare sui binari e oltre 30 per pagare pure il bonus Irpef (sempre che il Pil non riservi sorprese molto negative). Ecco un breve promemoria. Per la Commissione già quest’anno il deficit strutturale sarà non in linea per due decimali (0,8 anziché 0,6), a cui si aggiunge un altro 0,2-0,3% mancante per il 2015.
Finito? No, perché l’anno prossimo noi abbiamo anche promesso a Bruxelles di avere un avanzo primario (la differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito) assolutamente folle: al 3,3% dal 2,6 stimato per quest’anno. Insomma, per rispettare gli impegni serve una manovra da ben oltre un punto percentuale di Pil, cioè all’ingrosso 20 miliardi.
Poi ci sono gli 80 euro, che diventeranno strutturali (ad oggi sono finanziati solo per il 2014) e costeranno tra i 10 e i 13 miliardi. Finito? Neanche per sogno. C’è il problema del debito. Com’è normale per un paese in deficit, lo stock del nostro continua a crescere: +20 miliardi a maggio, a quota 2.166,3 miliardi (+4,7% da gennaio ). Il problema, comunque, non è la cifra, ma il suo rapporto con la ricchezza prodotta.
Anche qui le cose non vanno bene: la percentuale continua a peggiorare per effetto della recessione, cioè di un Pil che cala (o stagna come quest’anno). Non solo: “L’ambizioso” piano di privatizzazioni da 10 miliardi l’anno – a partire da questo – a cui ci eravamo impegnati con Bruxelles, non ha prodotto al momento alcunché e il Tesoro spinge per privatizzare subito pezzi cospicui di Eni e Enel (le uniche partecipazioni monetizzabili immediatamente), mentre Palazzo Chigi non vede la cosa di buon occhio.
Questo è il campo da gioco, il perimetro dentro il quale il governo italiano si muove: se pensa di trovare comprensione, si ricordi del patto per non umiliare il Brasile stretto dai giocatori tedeschi tra primo e secondo tempo. Tornati in campo, ne hanno comunque fatti altri due.
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