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Certo, Valdimir Putin può contare su un ministro degli Esteri del livello e delle capacità di Sergei Lavrov, un ex diplomatico di origini armene che negli anni Novanta ha presieduto più volte il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma alla fine sulla politica estera decide lui, il presidente delle Russie, che lunedì ha impartito al collega Obama una discreta lezione.
L’accordo trovato all’Onu prevede, molto in sintesi, che Mosca partecipi alla guerra contro l’Isis e che il destino del leader siriano Bashar Assad, grande alleato di Putin inviso a Washington (che lo ritiene responsabile della guerra) sia poi deciso con calma, a bocce ferme.
Nel generale compiacimento per il fatto che Obama e Putin siano tornati a parlarsi e a prendere decisioni insieme, è passato totalmente in secondo piano che la Russia, sanzionata a livello internazionale per la sua politica in Ucraina, dovrebbe trovarsi “in punizione”.
E invece nulla di tutto questo. Putin si vede con il presidente americano, alza la voce sulla Siria e alla fine stringe accordi con gli Stati Uniti. Una situazione figlia di quella massima emergenza per l’Occidente che è l’Isis. Obama non si vuole impantanare in un’altra guerra in Iraq e allora ben venga il fronte comune con Mosca, alla faccia delle sanzioni.
In tutta la discussione dei due leader, lunedì, a New York, il vero ostacolo da superare è stato il destino di Assad. Il presidente siriano è un leader sanguinario, ma è anche l’unico che sta lottando sul campo contro il Califfato.
Putin ha proposto a Obama, che ha accettato, di sostenere Assad per almeno due anni, ovvero il tempo ritenuto necessario per far fuori l’Isis. Dopo due anni, Assad si dovrebbe fare da parte. Ma per andare dove? Putin è pronto ad accoglierlo a Mosca, ma lui preferirebbe ritirarsi a Londra, dove già è di casa parte della sua vasta famiglia.
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