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Luigi Bisignani per Il Tempo
MATTEO RENZI E ANTONELLA MANZIONE
Renzi voleva stravincere puntando sulla paura e su mercati instabili. Ha perso per la sua arroganza. Tra viaggi in elicottero e voli di Stato, è arrivato perfino a mortificare il suo uomo più illustre, il mite Padoan, facendolo ricevere alcune volte dall’inesperto Segretario generale della Presidenza Paolo Aquilanti, piazzato lì dalla stella che fulgeva a Palazzo in quel momento, Maria Elena Boschi.
Eppure, smanioso di piacere, non coglieva che a Piazza Colonna, la frustrazione degli alti dirigenti si tagliava con il coltello, tutti basiti davanti all'improvvisazione di una 'zarina', tanto lavoratrice quanto contorta e incapace di fare squadra come Antonella Manzione, a capo dello strategico Ufficio legislativo.
RENZI E BOSCHI Tramonti toscani
La 'vigilessa' non ha voluto raccogliere attorno a sé alcune delle intelligenze più vive della stessa Presidenza, del Consiglio di Stato e dell'Avvocatura ed i risultati sono ormai sotto gli occhi di tutti. Il Premier, nonostante i faticosi sforzi di raccordo che hanno tentato l’infaticabile Luca Lotti e un abile tessitore come Graziano Delrio, avrebbe dovuto capire che i provvedimenti emessi non dovevano essere solo 'slide' o ‘tweet’, ma atti scritti in modo impeccabile per evitare che Tar, Consiglio di Stato e Corte Costituzionale li bocciassero, gettando nel caos non solo l'amministrazione pubblica ma anche il sistema delle banche popolari.
Sentenze che sono state dei veri e propri cartellini rossi per una squadra di Governo completamene inadeguata. Da Marianna Madia, responsabile di avergli messo contro il pubblico impiego e l'alta dirigenza, a Beatrice Lorenzin, fino all'inesistente Gian Luca Galletti. Probabilmente la colpa non è neppure loro, ma della ‘velocità’ di un Presidente abituato più a correre che a riflettere, avvezzo a decidere in base soltanto al proprio poderoso istinto, che stavolta però l’ha tradito.
Occorreva che, come predicava invano quel galantuomo del sottosegretario Claudio De Vincenti, i provvedimenti circolassero tra i Ministri e venissero discussi anche nei pre-consigli, convocati solo per pochi minuti e senza che girasse una sola ‘carta’. Un affronto al buon governo anche la malsana abitudine di mettere solo sui monitor dei Ministri i testi da discutere, pochi attimi prima che l'esecutivo si riunisse.
Un metodo che produce confusione su cui, anche volendo, i Ministri non sono in grado di intervenire. O il troppo cincischiare con gli apparati più delicati dell’Intelligence, imponendo nomine clientelari. Renzi non l’ha voluto capire, eppure i segnali c'erano tutti, e ha sfidato il mondo convinto che la sua assillante presenza su tutti i Tg messa in piedi da Filippo Sensi, da Simonetta Ercolani e da un americano strapagato potesse essergli utile.
E' stato un boomerang, così come aver puntato su manager inadeguati, a partire da Antonio Campo Dall'Orto che anziché aprire la Rai al nuovo, l’ha definitivamente affossata. Ma tutti quei renziani dell’ultima ora che già si stanno allontanando tengano a mente che Renzi da ferito è capace di dare il suo meglio. Da Gianni Letta a Fedele Confalonieri, da Denis Verdini allo stesso Sergio Mattarella sono ancora in molti convinti che quei milioni di voti serviranno, se usati senza tracotanza, a battere Beppe Grillo alle prossime elezioni anticipate, già fissate per l’anno prossimo. Forse Matteo dovrebbe riesumare il suo vecchio #cambiaverso.
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