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Francesco Specchia per “Libero Quotidiano”
RENZI INSTAGRAM renzi google glass
Quando si dice le sfumature lessicali. Matteo Renzi che reintroduce la mitica «Web Tax» (di cui fu feroce oppositore ai tempi in cui l’evocò il governo Letta,nel 2013, un’era geologica fa) chiamandola però «Digital Tax»; be’, dà l’idea che anche se sei un giovane premier molto 2.0, qualche cazzatella può sempre scappare.
Alla base della resipiscenza renziana, dell’annuncio di far pagare finalmente in Italia le tasse a Google, Apple, Facebook, la nuova Netflix e C., e del far ricomparire quella norma già da lui cancellata nella legge di stabilità, due sono, fondamentalmente, le ipotesi. Il premier alla ricerca di cash oggi si rende conto che la base imponibile erosa dei colossi del web in Italia è di 20 miliardi - a fronte di soli 9 milioni pagati- ; e capisce che si tratta d’un’anomalia tributaria ed etica.
renzi sulla webtax anti google
Sicchè, con un acrobatico colpo di lombi, ora il Renzi Presidente del Consiglio 2015 smentisce il Renzi fresco segretario Pd 2013, prevedendo così un «gettito annuo di 2/3 miliardi», come attesta il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti.
L’altra ipotesi sulla virata è che, stretto fra le strizzate d’occhio alle multinazionali e la consapevolezza - lui, il politico più digitale in natura- di non aver capito dove, fiscalmente, andava il futuro, Renzi abbia ceduto alla pressione del suo inner circle d’imprenditori/consiglieri. Specie - parrebbe- alla pressione di Davide Serra. Ossia uno dei finanziatori dello studio che ha spinto David Cameron ad imporre l’aliquota secca del 25% per qualsiasi web company operante, di riffa o di raffa, in Inghilterra.
Pure se il vero deus ex machina della web tax fu Francesco Boccia, lettiano, presidente di Commissione Bilancio alla Camera. Boccia, ai tempi, nella sua lotta contro le multinazionali al silicio, ricevette il sostegno trasversale di molti, compresi Carlo De Benedetti e Fedele Confalonieri (anche perchè imponeva l’acquisto di pubblicità on line solo da società che avessero sede in Italia...); ma pure la visita dell’allora ambasciatore Thorne il quale si mosse al solo fiutare l’idea d’una tassa contro le aziende Usa.
Boccia, allora, si scontrò con Renzi e si fece male. Del suo ddl rimase solo il ruling internazionale che consentì alla Procura di Milano le note inchieste. Magra consolazione. Oggi Boccia un po’ gode. «La digital tax ha l’impianto della mia web tax; essenziale, adesso, è superare il concetto vecchio di 22 anni, della “non stabile organizzazione”; così metteremmo sullo stesso piano gli stabilimenti fisici della Coca Cola con quelli virtuali di eBay. Con la vecchia Commissione Ue e le sue potenti forze lobbyste, non fu possibile. Poi ci si misero pure i nostri (leggi: Renzi, ndr)...», confida.
«La vera domanda è: Renzi opterà per l’imposta indiretta nel quadro dell’armonizzazione europea, o sceglierà l’imposta diretta alla Cameron?», si chiede. La bozza di Scelta Civica valuterebbe la seconda ipotesi con ritenuta del 25% su ogni transazione diretta ai«colossi», salvo non eleggano sede fiscale in Italia. Ma non è detto. La materia, si sa, è densa di sfumature...
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