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Paolo Mastrolilli per âLa Stampa'
La tappa più difficile del viaggio di Barack Obama è stata senza dubbio quella di ieri in Arabia Saudita. à vero che la Russia preme ai confini dell'Ucraina, ma su questo punto era probabile che l'Europa e il G7 avrebbero accettato la linea di contrasto preferita da Washington. A Roma, poi, la benedizione del Papa e la sintonia col nuovo premier Renzi erano prevedibili. A Riad, invece, si è svolto una specie di processo, anche se l'accoglienza in una location nel deserto, Rawdat Khurain, fra marmi, stucchi, sedie dorate, candelieri luccicanti come gioielli, è stata da imperatore.
Il re Abdullah ha rimproverato al capo della Casa Bianca quasi tutte le scelte compiute negli ultimi anni in Medio Oriente, e Obama ha risposto offrendo rassicurazioni mirate a salvare il rapporto con un tradizionale alleato strategico degli Usa, sceso forse al livello più basso dalla fondazione del regno saudita. Un colloquio di due ore imperniato su Iran e guerra in Siria quello fra i leader definito «franco» dai portavoce della Casa Bianca. Le due ore di sono «portati via» gli altri temi spinosi. Come l'Egitto.
L'Arabia imputa agli Usa di aver consentito la caduta di Mubarak e la sua sostituzione col governo dei Fratelli Musulmani. Riad li considera il pericolo principale per la stabilità dell'intera regione, per la mescolanza di estremismo religioso e attivismo politico. Questo ha provocato anche una spaccatura tra i paesi del Golfo. Con Riad si sono schierati gli Emirati e il Kuwait, che hanno offerto oltre 15 miliardi di dollari in aiuti al generale Al Sisi, mentre il Qatar aveva appoggiato Morsi. Risultato: l'Arabia e i suoi alleati hanno ritirato gli ambasciatori dal Qatar, e Obama non ha potuto riunire il Consiglio del Golfo durante la sua sosta nella penisola.
Nel faccia a faccia fra Abdullah e Obama molto spazio l'ha occupato la Siria. Riad ha appoggiato i gruppi islamici più estremisti contro Assad, secondo uno schema gestito dall'ex ambasciatore a Washington Bandar bin Sultan. Abdullah, poi, non ha mai perdonato ad Obama di aver rinunciato all'intervento militare, dopo l'uso delle armi chimiche. La Casa Bianca parla di «tattiche differenti» ma strategia e obiettivi analoghi, ovvero la necessità di «isolare gli estremisti».
L'altro attrito è quello più grave e con implicazioni di lungo periodo, e riguarda la scelta della Casa Bianca di trattare con l'Iran sul programma nucleare. Tutta la politica estera di Riad, inclusa la guerra per procura fra sunniti e sciiti in Siria, è impostata sul contenimento di Teheran. Washington invece si è convinta che parlare con gli ayatollah sia l'unica strada da seguire per la stabilità . Ieri Obama ha precisato che «non accetterà un cattivo accordo con Teheran». Diversi analisti Usa pensano che il Medio Oriente tornerà in equilibrio solo quando Arabia e Iran si divideranno la regione in sfere di influenza.
Obama ha incontrato Abdullah con tre obiettivi: convincerlo che il negoziato con Teheran conviene a tutti, frenare la sua collaborazione con i jihadisti in Siria, conservare le strette relazioni commerciali. Secondo un'analisi del gruppo Eurasia, il successo sul primo punto è impossibile: almeno per ora, l'Arabia non ha alcuna intenzione di restituire all'Iran un ruolo di potenza regionale. Sul secondo qualche movimento c'è già stato, vista la recente rimozione di Bandar dal ruolo di coordinatore degli interventi in Siria. Obama si è detto disposto a inviare missili anti-aerei ai ribelli, in cambio del ritiro dell'appoggio saudita ai gruppi estremisti.
Resta però il fatto che Assad sta vincendo, e questo rischia di scatenare un'ondata terroristica da parte degli jihadisti. In cambio, comunque, Riad chiede a Washington di ammorbidire le posizioni sull'Egitto, almeno accettando in silenzio l'ascesa di Al Sisi. Sul terzo punto, quello commerciale, una relazione solida resta nell'interesse di tutti, ma intanto l'Arabia sta guardando ad altri mercati per lo sviluppo delle sue infrastrutture, mentre gli Usa grazie alle nuove tecniche shale si apprestano a scavalcarla come primo produttore mondiale di petrolio.
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