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“QUELLE COSE NON DOVEVI PROPRIO DIRLE”; “E PERCHÉ MAI? L'HO DETTO E LO RIPETO: QUELLA RIFORMA HA FALLITO. LO PENSO E LO DICHIARO” – SCOPPIA LA RISSA A MARGINE DELL’ASSEMBLEA DELL’ABI TRA L’EX MINISTRO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE RENATO BRUNETTA E IL SUO SUCCESSORE PAOLO ZANGRILLO. VOLANO PAROLE GROSSE E PURE UNO STRATTONE – RENATINO: “NON SAI QUELLO CHE DICI. HAI RACCOLTO I FRUTTI DEL LAVORO CHE HO FATTO IO” – ZANGRILLO: "NON PENSO E NON LO PENSA NEANCHE LA CORTE DEI CONTI, VISTO CHE HA RILEVATO COME IL 90% DEI DIPENDENTI PUBBLICI AVEVA RISULTATI ECCELLENTI. IO RISPONDO AGLI ITALIANI, NON CERTO A TE” - LA REPLICA DI BRUNETTA (ALL'INTERVISTA ALLA "STAMPA" DI ZANGRILLO)

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RENATO BRUNETTA

 

Lorenzo De Cicco per "la Repubblica" - Estratti

 

Strilli, recriminazioni e pure uno strattone. Scambio rovente (e il termometro non c'entra) tra il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, e il predecessore, Renato Brunetta.

 

La scena avviene a margine dell'assemblea nazionale dell'Abi, l'associazione banche. A cominciare il battibecco, davanti a diversi presenti esterrefatti, l'attuale presidente del Cnel, inviperito per un'intervista rilasciata la settimana scorsa dal forzista al quotidiano La Stampa, critica verso la riforma della Pa firmata Brunetta.

 

«Quelle cose non dovevi proprio dirle», l'attacco dell'ex ministro al successore, ad alta voce, con tanto di strattone del braccio. «E perché mai? L'ho detto e lo ripeto: quella riforma ha fallito. Lo penso e lo dichiaro». Risposta di Brunetta: «Ma certe cose si possono anche pensare, ma non è bello dirle, non è affatto fair».

 

PAOLO ZANGRILLO

Controreplica: «Io rispondo agli italiani, non certo a te». Brunetta: «Non sai quello che dici. Hai raccolto i frutti del lavoro che ho fatto io».

 

Zangrillo: «Non penso e non lo pensa neanche la Corte dei Conti, visto che ha rilevato come il 90% dei dipendenti pubblici aveva risultati eccellenti». Brunetta: «Colpa dei miei successori». Zangrillo: «Ma sei stato ministro di nuovo con Draghi!». Brunetta: «Quel periodo avevo altre cose da fare». E via, senza nemmeno una stretta di mano.

 

Arriva però una lettera, nel frattempo. La spedisce sempre Brunetta. E sempre per lamentarsi della stessa critica, ma in modo più dettagliato. Al «caro Paolo», l'ex ministro sciorina alcuni dati della Pa sotto la gestione Zangrillo, «i dirigenti valutati con punteggio inferiore a 100/100 sono l'11 per cento nel 2024. Nel biennio 2021, sotto la mia gestione, erano il 33».

 

PAOLO ZANGRILLO

(...)

Zangrillo non ha mai condiviso lo spirito della riforma Brunetta. Chi sbaglia va allontanato, ripete spesso, ma il grosso dei dipendenti va valorizzato. Pure sul maxi-stipendio al Cnel, che Brunetta si era auto-aumentato dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha abolito il tetto, si erano registrate frizioni. Zangrillo ha presentato una riforma per fissare nuovi paletti (anche se è ferma nei cassetti del governo).

 

 

REPLICA DI RENATO BRUNETTA

 

Caro Paolo,

ti scrivo in virtù della conoscenza e della consuetudine che ci legano, e per rispetto del ministero che ho avuto l'onore di presiedere per due volte e che oggi tu guidi.

 

Ti scrivo, soprattutto, per amore di verità e per un elementare principio di di correttezza istituzionale.

 

Ho letto l'intervista che hai rilasciato a La Stampa lo scorso 11 luglio. Alla domanda sulla misurazione delle performance nella PA «Quindi la riforma che aveva fatto il suo predecessore, il ministro Brunetta, non ha portato grandi risultati?» hai risposto: «Quella riforma non ha funzionato. Le racconto un fatto: nella primavera del 2024 la Corte dei Contimi ha scritto facendo notare che oltre il 90% dei dipendenti pubblici risultava valutato in modo eccellente. Quindi quasi tutti ricevevano premi».

 

A mio modo di vedere, né la domanda né la risposta apportano un contributo utile al dibattito pubblico, che dovrebbe invece concentrarsi sul merito della riforma e dei suoi effetti.

 

E la risposta, in particolare, consentimi di dirtelo con la franchezza che il nostro rapporto permette, rivela un errore di prospettiva storica che, da chi guida la Funzione pubblica, non mi sarei aspettato.

 

Il mio decreto legislativo n. 150 del 2009 poggiava su quattro pilastri: la differenziazione obbligatoria delle valutazioni, con la distribuzione del personale in tre fasce di merito fissate per legge, modificabili dalla contrattazione integrativa solo entro margini rigidamente predeterminati (il 25 per cento in fascia alta, cui era riservata la metà delle risorse premiali, il 25 per cento in fascia bassa, senza alcun premio);

 

l'indipendenza della valutazione, presidiata da una Commissione centrale terza, la CiVIT, e dagli Organismi indipendenti di valutazione; la trasparenza totale (total disclosure), con la pubblicazione, per ciascun dirigente, delle componenti retributive legate alla valutazione di risultato; il collegamento tra merito, progressioni e carriera. In quel disegno l'appiattimento che oggi denunci era, semplicemente, impossibile. 

 

A ben vedere, con il senno del poi, quel disegno è stato stravolto, pezzo per pezzo, dai ministri che si sono succeduti. Innanzitutto, nel 2013 il Governo Monti, su proposta del Ministro Filippo Patroni Griffi, sostituì la trasparenza individuale con la pubblicazione dei dati sulla premialità in forma aggregata.  

 

Dopo la parentesi del Ministro Gianpiero D'Alia - dall’aprile 2013 al febbraio 2014 -, nel 2017 la Ministra Marianna Madia, con i decreti attuativi della legge n. 124 del 2015, soppresse le fasce di merito - già congelate all’interno del “blocco Tremonti” del 2011 -, cancellò il vincolo di legge sulla ripartizione delle risorse e riconsegnò la differenziazione alla contrattazione collettiva , che, con la tornata 2016-2018, tornò a governare la premialità secondo logiche negoziali. 

 

Le Ministre Giulia Bongiorno, nel Governo Conte I - dal giugno 2018 al settembre 2019 -, e Fabiana Dadone, nel Governo Conte II - dal settembre 2019 al febbraio 2021 -, hanno lasciato intatto quell'assetto.

 

Quando io stesso tornai al Dicastero, nel Governo Draghi - dal febbraio 2021 all’ottobre 2022 -, come ben sai, concentrai l'azione sulla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, a partire dai concorsi digitali con mio decreto (dl 80/2021) fino al reclutamento con la piattaforma inPA e alla formazione con il portale Syllabus, non tralasciando il lavoro fatto sui rinnovi contrattuali, con il “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” sottoscritto dal governo con i sindacati a marzo 2021. Tutti interventi che il PNRR imponeva e che, in quanto tali, esigevano di essere posti al vertice dell'agenda dell'azione di governo.

 

La riforma della PA fu, del resto, l’apripista della stagione di riforme che rese possibile il rilancio del Paese. L'ho ricordato diffusamente in un recente editoriale su Il Foglio, nel quale ho avuto modo di richiamare anche il tuo contributo in termini positivi, come ho sempre fatto. Mi sarebbe piaciuto riscontrare la medesima attenzione anche nei confronti del mio operato. 

 

In quella fase, era l’estate del 2022, l’interruzione anticipata della legislatura non consentì di riscrivere anche il sistema di valutazione. 

 

Il fenomeno che la Corte dei conti ha fotografato nella primavera del 2024, cui fai riferimento nell'intervista, rappresenta proprio l’esito di quello stravolgimento. Della riforma del 2009, a quella data, non sopravviveva alcuno dei dispositivi essenziali: né le fasce, né la trasparenza nominativa, né il vincolo di legge sulla premialità, né il legame con la carriera. È stata l’eliminazione di quei presidi a generare il fenomeno che oggi denunci. 

 

Del resto, se oltre il novanta per cento dei dipendenti pubblici risulta valutato in modo eccellente, le spiegazioni possibili sono tre: o abbiamo la migliore pubblica amministrazione del mondo, e i cittadini, come tu stesso hai più volte osservato, non se ne sono accorti; o il sistema di valutazione è sbagliato; oppure il sistema è applicato male, rinunciando a governare una leva strategica di grande portata. La storia che ti ho appena ricostruito indica con chiarezza la terza.

 

Le ragioni dell'appiattimento sono dunque ben più profonde di quanto la tua risposta lasci intendere. Mi piace pensare, sia pure con un sorriso amaro, che la ricostruzione proposta ai lettori sia il frutto di una sintesi banale giornalistica.

 

Aggiungo, non me ne volere, un dato che riguarda gli anni della tua responsabilità, tratto dalla sezione Amministrazione trasparente della Presidenza del Consiglio: i dirigenti valutati con punteggio inferiore a 100/100 sono passati dal 13 per cento del 2023 all'11 per cento del 2024.  Nel biennio 2021-2022, invece, sotto la mia gestione, quella quota aveva raggiunto il 33 e il 22 per cento, i valori più elevati dell'intera serie storica pubblicata e l'espressione del massimo grado di differenziazione delle valutazioni.

 

Oggi, quasi nove dirigenti su dieci conseguono il punteggio massimo , e la quota è in crescita. Il fenomeno che denunci nelle interviste si è dunque accentuato, nell'amministrazione che coordina l'azione di governo, proprio sotto la tua guida. Per il 2025, infine, i dati non risultano ancora pubblicati. 

 

Ti invito a riflettere su entrambe le circostanze: la prima consegna alla tua diagnosi il valore di un'autocritica; la seconda dice qualcosa sullo stato presente di quella trasparenza che il 2009 aveva voluto totale, tempestiva e nominativa.

 

Un'ultima considerazione. La 150 non fu una semplice riforma del pubblico impiego: fu un progetto di change management di grande portata, che ha creato cultura, strumenti e capitale intellettuale nelle nostre amministrazioni.

 

Se, oggi, tutti riconoscono che senza valutazione e merito si condannano le persone e le strutture alla mediocrità, se nessuno osa più rivendicare la vecchia “meritofobia”, è perché quella pagina è stata scritta.  Lo spartito era ed è buono. Tanto è che la tua riforma, di recente approvazione,  integra ma non sostituisce quella del 2009. A mancare, in questi diciassette anni, sono stati gli orchestrali e gli arrangiatori.

 

Ti chiedo perciò, con la stessa franchezza, rispetto. Tra le istituzioni dello Stato devono prevalere, sempre, uno stile e uno spirito di sana lealtà, da esercitare soprattutto quando si parla pubblicamente. Mi auguro che questo principio trovi costante e reciproca applicazione. La critica appartiene fisiologicamente alla dialettica istituzionale; la rimozione della storia, invece, la impoverisce. 

 

Sono pronto a discuterne con te nelle sedi e nei modi che riterrai opportuni. Il tema merita profondità e, soprattutto, onestà intellettuale.

Con immutato affetto,

Renato Brunetta

 

 

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