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CHI TOCCA "BIBI", MUORE" - SOSPESO PER ABUSI KARIM KHAN, PROCURATORE DELLA CORTE PENALE DELL’AIA CHE VUOLE ARRESTARE NETANYAHU CON L'ACCUSA DI CRIMINI DI GUERRA E CONTRO L’UMANITA’ A GAZA - KHAN E' STATO DEFERITO PER MOLESTIE SESSUALI AI DANNI DI UNA SUA COLLABORATRICE: ORA A GIUDICARLO SARÀ L'ASSEMBLEA DELL'AIA – LUI RESPINGE OGNI ACCUSA E PARLA DI UNA DECISIONE “ILLEGITTIMA” E “NON SUPPORTATA DALLE PROVE” - GLI AMBIENTI VICINI A KHAN SOSTENGONO CHE LE ACCUSE FANNO PARTE DI UNA CAMPAGNA ORCHESTRATA PER PROTEGGERE ISRAELE CON SOSPETTI DI DOSSIERAGGI PRIVATI E RIFERIMENTI AL MOSSAD…
Lirio Abbate per repubblica.it - Estratti
C'è un momento, nelle istituzioni, in cui il problema non è più stabilire se un uomo sia colpevole o innocente. Il problema diventa capire se quell'uomo possa ancora restare al suo posto senza trascinare con sé l'ente che rappresenta. È il punto in cui si trova oggi la Corte penale internazionale.
E quell'uomo si chiama Karim Khan, ed è il procuratore della Corte dell'Aia, il magistrato che ha chiesto il mandato d'arresto contro Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l'umanità a Gaza, sospeso con effetto immediato dal Bureau dell'Assemblea degli Stati membri per accuse di molestie e condotta sessuale inappropriata nei confronti di una collaboratrice. Una decisione senza precedenti nella storia della Corte.
(...) Karim Khan, 56 anni, avvocato britannico con un curriculum costruito nei tribunali internazionali sul Ruanda, sull'ex Jugoslavia e sulla Sierra Leone, era arrivato all'Aia nel 2021 promettendo di restituire credibilità a un'istituzione accusata da anni di lentezza e impotenza.
Nell'aprile del 2024, però, una collaboratrice racconta ai vertici dell'Office of the Prosecutor di non riuscire più a sostenere la situazione.
Pochi giorni dopo Thomas Lynch, stretto collaboratore americano di Khan, affronta il procuratore nella sua abitazione. Khan avrebbe risposto: «Dovrò dimettermi. Ma penseranno che stia scappando dalla Palestina».
È il punto in cui le due storie si intrecciano. Perché meno di tre settimane dopo quelle contestazioni interne, Khan annuncia i mandati d'arresto per Netanyahu, Gallant e i vertici di Hamas. Una decisione storica.
Una scelta che rompe il rapporto con Washington e apre una crisi diplomatica. Da quel momento tutto precipita. Gli ambienti vicini a Khan sostengono che le accuse fanno parte di una campagna orchestrata per fermare le indagini su Gaza e proteggere Israele. Entrano in scena sospetti di dossieraggi privati, operazioni d'intelligence, presunti interessi qatarioti e riferimenti al Mossad. Una guerra opaca combattuta attorno a una Corte fragile, priva di esercito, di polizia e perfino della certezza che i suoi mandati vengano eseguiti.
Dentro la Corte, però, cresce un'altra convinzione. Un gruppo di funzionari contesta la leadership. Parlano di «cultura della paura», di timore di ritorsioni. «La questione non è il livello di prova, ma la fiducia, la leadership, la possibilità stessa che l'ufficio funzioni», scrivono. È il cuore della crisi. Perché il panel di tre giudici incaricato di valutare il materiale raccolto dall'Onu conclude che le prove non superano lo standard del "ragionevole dubbio", ma aggiunge che questo non smentisce definitivamente le accuse. E allora resta una domanda politica prima ancora che giudiziaria: può continuare a guidare la Corte un procuratore per il quale una parte del suo stesso ufficio dichiara di non avere più fiducia?
La giustizia internazionale resta sospesa, anche se le indagini su Gaza vanno avanti. Gli Stati Uniti sanzionano Khan. Alcuni Paesi africani lo difendono, altri chiedono che venga rimosso. E la Corte che voleva giudicare i crimini del mondo si scopre incapace di separare il diritto dalla geopolitica, le accuse personali dalla guerra, la tutela delle vittime dalla sopravvivenza della propria leadership.
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