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L'OSTACOLO PIU' DURO PER GIORGIA DEI DUE MONDI E' ARRIVATO: DEVE DECIDERE SE ESSERE LA RAGAZZA…
Elisa Calessi per ‘Libero Quotidiano’
«La mia preoccupazione è Milano». Milano, Milano. È da giorni che Matteo Renzi, quando fa il punto sulle elezioni amministrative coi suoi collaboratori, non fa che ripetere questo ritornello. E il timore di una sconfitta nel capoluogo lombardo si è trasmesso a tutta la cerchia dei suoi. Così ogni volta che il discorso, tra i renziani, cade sul turno elettorale di domenica prossima, alla parola "Milano" cade il gelo.
Sguardi bassi, silenzi. La sfida tra Beppe Sala e Stefano Parisi preoccupa persino più di Roma, che è pur sempre la Capitale. E dove nemmeno è scontato che il Pd arrivi al ballottaggio. Eppure è il capoluogo lombardo a essere in cima alle preoccupazione del premier.
Come mai? Possibile che Milano conti più di Roma, più di Torino? Possibile. Se la posta in gioco non è solo Milano. E il problema è esattamente questo. La paura è che una vittoria di Parisi, che ogni giorno accorcia progressivamente le distanze da Mr Expo, lo possa proiettare sulla scena nazionale, come possibile leader di un centrodestra de-salvinizzato, a trazione moderata. Potrebbe essere lui, si dice, il Silvio Berlusconi della nuova stagione. «Se vincono a Milano», dice un dirigente del Pd che conosce bene Parisi, «hanno fatto Bingo. Perché hanno trovato il candidato premier».
Altro che sindaco di Milano. L' ex direttore generale di Confindustria fa paura perché può costruire quell' alternativa a Renzi che, ora, nel centrodestra non sembra esserci. Il premier, infatti, non ha paura di Matteo Salvini. È convinto che se il confronto, alle elezioni politiche, fosse con il leader della Lega, per lui sarebbe una passeggiata. In questo caso, il competitor sarebbe il M5S. Tanto più se il candidato-premier avesse il volto da bravo ragazzo di Luigi Di Maio. Diverso se il centrodestra cambia schema. E trova l' unità attorno a un Berlusconi 2.0. A un leader, cioè, in grado di parlare ai moderati.
A un personaggio che sfila alla Lega il timone della coalizione ed è capace di tenere unito tutto il centrodestra, dal Carroccio al centro. Come riuscì a Berlusconi.
A Milano quest' eccezione è riuscita. Per questo, è il ragionamento, se Parisi ce la fa, il laboratorio ambrosiano potrebbe diventare, per il centrodestra, modello nazionale. Di più: sarebbe la naturale conseguenza. «Se gli elettori lo premiano, la Lega non può opporsi». Del resto la scalata di Berlusconi partì proprio da Milano.
E le somiglianze con gli inizi di Forza Italia non si fermano qui. Anche Parisi, ricordano i più vecchi nel Pd, viene dal mondo socialista. Ma, a differenza del Cavaliere, la sua scalata avviene come commis di Stato. A soli 28 anni, nel 1984, diventa capo della segreteria tecnica al ministero del Lavoro, allora guidato dal socialista Gianni De Michelis. Negli anni successivi ricopre lo stesso ruolo alla vice-presidenza del Consiglio e poi al ministero degli Esteri, durante i governi Craxi.
Dal 1992 al 1997 diventa capo del dipartimento per gli Affari economici di Palazzo Chigi, attraversando i governi Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini. Ed è in questo periodo che salda i rapporti con pezzi del centrosinistra. Molti, nel Pd, lo conoscono personalmente. E giurano che sia «più a sinistra di Sala», come dicono con una punta di rimpianto.
A Milano si gioca la partita che può cambiare lo schema attuale, tutto incentrato sul duello Renzi-Grillo, Pd-M5S. Il premier ne è consapevole, se è vero che poco tempo fa, parlando con un amico, si diceva certo che nel 2018 l' avversario del Pd non sarà il M5S, ma il centrodestra. E di fronte allo scetticismo dell' interlocutore, confermava: «Vedrai che da qui al 2018 i grillini si sgonfiano. Mentre il centrodestra rinasce». Il bivio è Milano. Lì si deciderà il prossimo futuro.
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