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TRUMP SI È INFILATO IN UN NUOVO VIETNAM? – DIFFICILE PREVEDERE QUANDO DURERA QUESTA GUERRA CHE HA INCENDIATO IL MEDIO ORIENTE – L’AMBASCIATORE STEFANINI: “DIPENDERÀ DALLA CAPACITÀ DI RESISTENZA DI TRUMP ALL'ACCUMULARSI DI PRESSIONI (A COMINCIARE DAL PREZZO DELLA BENZINA ALLE POMPE TEXANE O FLORIDIANE) PER DICHIARARE VITTORIA E METTERE FINE ALLA GUERRA. CI HA ABITUATI A SIMILI VOLTAFACCIA. LE DINAMICHE REGIONALI SONO INTRICATE. I PAESI ARABI NON VOLEVANO LA GUERRA E DAL TYCOON NON SI ASPETTAVANO QUEST'AVVENTURA E, TANTO MENO, QUELLO CHE, AGLI OCCHI SAUDITI O QATARINI, È STATO UN APPIATTIMENTO DI TRUMP SU NETANYAHU…”
Estratto dell’articolo di Stefano Stefanini per “La Stampa”
DONALD TRUMP PREGA ALLA CASA BIANCA
Nove giorni di guerra senza via d'uscita in vista. Non sappiamo quando finirà. O come. Le conseguenze si allargano rapidamente a macchia d'olio alla regione, allo scenario internazionale, all'economia mondiale.
[…]
Il petrolio è arrivato a 92 dollari a barile – vedremo oggi se e quanto in crescita; nel giro di 30 giorni, i Paesi arabi del Golfo saranno a corto di generi alimentari, l'Australia di benzina, gasolio e kerosene per aerei; investimenti per trilioni di dollari nel Golfo di colossi "tech" americani come Nvidia, Oracle, Microsoft sono improvvisamente a rischio, reciprocamente, alcuni ricchi fondi sovrani arabi mettono in pausa loro investimenti all'estero.
Le dinamiche regionali sono intricate. Sotto attacco iraniano, i Paesi arabi pensano a come difendersi da missili e droni e minimizzarne gli effetti negativi sull'immagine di oasi finanziarie e turistiche in Medio Oriente, specie di mete come Dubai e Doha. Non volevano la guerra. Vi si trovano trascinati. Prima l'Iran non era amato ma non era nemico. Adesso lo è.
Scusandosi, e poi ritrattando le scuse, il Presidente Masoud Pezeshkian non ha migliorato la percezione. Ma si percepisce anche un certo raffreddamento verso un Presidente americano accolto trionfalmente meno di un anno fa'.
benjamin netanyahu donald trump mar a lago 2
Da lui non si aspettavano quest'avventura e, tanto meno, quello che, agli occhi sauditi o qatarini, è stato un appiattimento di Trump su Netanyahu, che a latere procede verso l'annessione di fatto della Cisgiordania.
[…]
Le ricadute geopolitiche vanno dall'India, che deve tornare importare petrolio della Russia – con beneplacito americano di 30 giorni – all'Ucraina, che prontamente offre tecnologia e esperti collaudati contro droni iraniani, e soprattutto spera di non venir sacrificata da Trump in cambio dell'assordante quasi silenzio di Putin sul "partner strategico" iraniano.
donald trump e mohammed bin salman alla casa bianca foto lapresse 8
Dalla Cina che, come buona parte dell'Asia-Pacifico, ad esempio Corea del Sud, Taiwan, Bangladesh, guarda nervosamente al rubinetto di Hormuz chiuso su gas e petrolio dal Golfo, si domanda se incassare un precedente per Taiwan, e, intanto, non vuole irritanti con Washington in vista della visita di Trump a fine mese, all'Europa, in contropiede nella risposta alla guerra, fino al punto di intaccare la "relazione speciale" fra americani e britannici.
[…] Tocchiamo così con mano il motivo per cui ben otto presidenti americani, compreso Trump nel primo mandato, non hanno voluto entrare in guerra con un regime che dall'esordio nel 1979 aveva fatto del "morte agli Stati Uniti e a Israele" il grido di battaglia e il collante ideologico della Repubblica islamica.
DONALD TRUMP IN VERSIONE AYATOLLAH
E agito di conseguenza, vedi attentato di Beirut del 1983 – contro una missione multinazionale che cercava di stabilizzare il Libano dopo il ritiro israeliano. Ciò nonostante, Washington sotto presidenze diversissime, non aveva mai varcato la soglia della guerra senza quartiere contro Teheran. Pur avendone motivo. Non perché non pensasse di poterla vincere. Per i rischi che comportava. Non tanto la guerra quanto le conseguenze.
Quelle alle quali stiamo assistendo dopo meno di dieci giorni sono l'inizio. In parte contingenti, in parte destinate a durare.
Dal 1979 molta acqua passata sotto i ponti ma stessa ratio.
Donald Trump le aveva messe in conto? A questo punto, domanda accademica. Il dado è tratto, il Rubicone varcato. Contano le due cose che non sappiamo. Quando e come finisce la guerra. Sono legate.
Il quando dipende dalla rispettiva capacità di resistenza. Dell'Iran, o meglio di un regime cui è leale, anche per interesse, solo un quinto della popolazione o poco più, al diluvio di bombe e missili cui è sottoposto. Di Trump all'accumularsi di pressioni – a cominciare dal prezzo della benzina alle pompe texane o floridiane – per dichiarare vittoria e mettere fine alla guerra. Ci ha abituati a simili voltafaccia. Questa volta c'è da augurarsi che non lo faccia.
Il regime teocratico iraniano è irriformabile. Lo era prima della guerra, sotto Ali Khamenei che aveva epurato tutta l'ala vagamente riformista – "passata all'opposizione" mi spiega un diplomatico europeo in servizio a Teheran alla fine dello scorso anno. Continuerà ad esserlo con Mojtaba Khamenei al posto del padre.
donald trump e mohammed bin salman alla casa bianca foto lapresse 7
La pretesa di Trump di designare il futuro leader dell'Iran è magniloquenza. Ma l'obiettivo di "regime change" è l'unica soluzione per ridare normalità a una nazione martoriata e stabilizzare il Medio Oriente. Vittoria di Trump e di Netanyahu? Sì, ma anche nell'interesse dell'Europa e dell'Italia – e del mondo. Va sostenuto.
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