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Guido Ruotolo per "la Stampa"
Far decidere al gip e all'udienza camerale la distruzione delle intercettazioni del Presidente della Repubblica sarebbe un modo furbesco per far conoscere al mondo intero il loro contenuto. Secondo me, Napolitano non ha fatto una mossa avventata rimettendosi alla Corte costituzionale. Ha ben ponderato le ragioni per riconfermare il divieto assoluto di intercettazione anche indiretta».
Giuseppe Di Lello, storico magistrato del pool di Falcone e Borsellino, nel 1994 lasciò la magistratura diventando parlamentare, prima a Roma e poi a Strasburgo, per Rifondazione comunista. Sulla trattativa dice: «Dopo vent'anni penso che la trattativa potrebbe essere riletta come un tentativo disperato ma necessario dello Stato, che era in ginocchio, per uscire dal tunnel delle bombe».
Giudice, ha ragione il Quirinale o la Procura di Palermo che rivendica la correttezza del suo operato?
«La correttezza della Procura arriva alla casuale intercettazione indiretta del presidente Napolitano. Ma là si ferma, anche perché la legge 219 dell'89 fa divieto assoluto di divulgazione di qualsiasi atto dell'inchiesta relativa ai reati per i quali il Presidente può essere perseguito, figuriamoci nel caso in cui - di questo si tratta - il Capo dello Stato viene intercettato indirettamente per fatti ai quali è estraneo».
E dunque?
«Chi ha intercettato deve distruggere le intercettazioni e non lo può fare con l'udienza camerale di valutazione, alla presenza delle parti e dei difensori».
Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, difende la buona fede della Procura di Palermo.
«E che c'entra? Qui l'oggetto della discussione è che quelle intercettazioni già non dovrebbero esistere più...».
Giudice Di Lello, dopo la tragica stagione del '92-93 lei ha sempre manifestato una certa insofferenza nei confronti della gestione delle grandi inchieste politiche della procura di Palermo, da Andreotti alla trattativa. Perché?
«à vero, rimango critico su molte scelte giudiziarie che poi purtroppo si sono risolte in un boomerang, come dimostra anche l'assoluzione dell'ex ministro Saverio Romano. Dato atto che il senatore a vita Giulio Andreotti è stato riconosciuto responsabile fino al 1980 dei suoi rapporti con la mafia, rimane il fatto che queste sentenze hanno poi rilegittimato i politici processati».
Lei ha vissuto molto da vicino il dopo Falcone e Borsellino. C'è stata una trattativa?
«Credo che un tentativo ci sia stato e troppi sono gli indizi che portano a questo convincimento».
Chi ha trattato?
«Voglio premettere che sono stato sempre contro la trattativa anche perché ritengo immorale trattare con la mafia. Ma detto questo, secondo me la trattativa va vista, va inquadrata anche guardandola dal punto di vista politico».
In che senso?
«Come extrema ratio di un governo per fare uscire il Paese da una situazione di estremo pericolo in cui era in gioco l'incolumità di tutti. Ricordo che per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina gli stessi pm di Palermo hanno invocato la politicità di quella scelta».
Che cosa significa? La trattativa di per sé non è un reato ...
«Se l'è chiesto anche un giurista come Fiandaca. Alla fine della storia, rimarrà una Procura che vede la trattativa come un crimine e i suoi protagonisti come un doveroso tentativo di uscire dalla stagione delle stragi. Quella trattativa potrebbe essere stata una scorciatoia inaccettabile di uno Stato che non ha mai voluto combattere la mafia nelle sue connessioni politiche».
GIUSEPPE DI LELLO
FALCONE
da sinistra antonino caponnetto con falcone e borsellino piccola
PIERO GRASSO
andreotti giulio
ingroia
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