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SALVINI DISARMA MELONI - DOPO L’INVIO DI ARMI A KIEV, ARRIVA IL NO DELLA LEGA ALL’IPOTESI DI SCOSTAMENTO DI BILANCIO PER AUMENTARE LE SPESE MILITARI - “QUEI FONDI VADANO ALLE FORZE DELL’ORDINE” - IL CARROCCIO RIBADISCE LA CONTRARIETÀ AI SOLDATI ITALIANI A KIEV. UN'IPOTESI GIÀ ESCLUSA DALLA PREMIER, E QUINDI SUPERFLUA MA CHE SERVE A IMPEDIRE CHE GLI IMPEGNI INTERNAZIONALI DELLA DUCETTA E LE PRESSIONI NATO, A PARTIRE DA QUELLE DI TRUMP, SI TRADUCANO IN FUGHE IN AVANTI DIFFICILI DA SPIEGARE ALLA BASE DEL CARROCCIO - IN QUESTI TEMPI SPIETATI, C’È SEMPRE UNA CERTEZZA: MELONI DA UNA PARTE, SALVINI DALL’ALTRA: DAGOREPORT
DAGOREPORT
Francesco Malfetano per “la Stampa” - Estratti
L'idea, nella testa della Lega, è semplice almeno nella formulazione: se l'Europa apre i cordoni della borsa per la difesa, quei soldi devono finire sulla sicurezza interna.
matteo salvini giorgia meloni foto lapresse.
Polizia, carabinieri, presìdi sul territorio. Non carri armati, non missioni all'estero. È da qui che il Carroccio prova a rimettere ordine in un dossier che a Palazzo Chigi continua a essere trattato come materiale esplosivo: lo scostamento di bilancio per aumentare le spese militari.
Per mesi è stato definito una «possibilità remota».
Un'espressione scelta con cura, utile a congelare un'ipotesi considerata ingestibile sul piano politico. Anche quando questo giornale aveva raccolto indiscrezioni insistenti, sia da Palazzo Chigi sia dal Mef era arrivata una smentita secca. In realtà il dossier era già aperto. Solo che nessuno, nella maggioranza, voleva trasformarlo in una mina vagante.
Perché il problema non è mai stato solo contabile. È narrativo, prima ancora che politico. La parola «scostamento» resta tossica, soprattutto mentre il governo si prepara a rivendicare l'uscita dalla procedura d'infrazione europea come una medaglia da appuntarsi al petto. Ammettere ora un nuovo indebitamento, per di più legato al riarmo, significherebbe raccontare ai cittadini una storia che Giorgia Meloni e i suoi alleati preferirebbero evitare.
matteo salvini giorgia meloni foto lapresse
A far saltare il tappo è stato Giancarlo Giorgetti. Rispondendo in Senato a un'interrogazione del Movimento 5 stelle, il ministro dell'Economia ha messo nero su bianco ciò che fino a quel momento era rimasto sullo sfondo: posta come condizione iniziale l'uscita dalla procedura per deficit eccessivo (ancora da ottenere), l'eventuale e successiva attivazione della clausola di salvaguardia europea sulle spese per la difesa comporterebbe uno scostamento dagli obiettivi programmatici, da approvare in Parlamento. Formalmente una «tecnicalità», spiegano fonti di rilievo all'interno dell'esecutivo. Politicamente un passaggio ad alto rischio.
GIANCARLO GIORGETTI - FOTO LAPRESSE
Nella Lega scatta l'allarme. Non tanto – spiegano – per la sostanza, quanto per l'effetto politico. A via Bellerio temono che, dopo aver celebrato la fine della sorveglianza Ue sui conti, l'Italia torni a chiedere flessibilità solo per finanziare la difesa. E che quel passaggio venga letto come debito fatto per la corsa agli armamenti. Da qui la necessità di spostare il baricentro: sicurezza interna invece che spesa militare in senso stretto.
Non è un caso se, quasi in simultanea con le parole di Giorgetti, dal Carroccio arriva la puntualizzazione sull'Ucraina. Fonti leghiste ribadiscono la contrarietà all'invio di soldati italiani.
Un'ipotesi già esclusa più volte dalla premier, e quindi teoricamente superflua.
Ma che diventa un messaggio politico: serve a blindare la linea, a evitare che gli impegni internazionali della presidente del Consiglio – e le pressioni Nato, a partire da quelle di Donald Trump – si traducano in fughe in avanti difficili da spiegare alla base.
matteo salvini giorgia meloni foto lapresse
Il senatore salviniano Claudio Borghi lo dice senza giri di parole: se l'Europa consente spese extra solo per la difesa, allora la richiesta della Lega è che quelle risorse vadano alla sicurezza interna e alle forze dell'ordine. «Da qui a dire se voteremo o meno uno scostamento ce ne passa», avverte. Traduzione: il voto parlamentare su uno scostamento dedicato al riarmo non è affatto scontato.
Il cortocircuito è evidente. Nella maggioranza e dentro la Lega stessa. Da un lato l'antibellicismo identitario, utile a marcare una distanza dagli alleati e a parlare a un elettorato sensibile al tema. Dall'altro la realtà degli impegni internazionali e delle richieste di aumento della spesa militare che arrivano con forza da Washington. Una morsa politica che rende ogni parola – anche la più tecnica – potenzialmente detonante.
Per questo il sentiero resta strettissimo. E con ogni probabilità passa, ancora una volta, dalla semantica. Difesa sì, ma declinata in via prioritaria come sicurezza interna.
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GIANCARLO GIORGETTI ALLA CAMERA - ESAME DELLA LEGGE DI BILANCIO - FOTO LAPRESSE
matteo salvini giorgia meloni foto lapresse
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