DAGOREPORT - IL “NON POSSUMUS” DI GIORGIA MELONI ALL’ATTERRAGGIO DEGLI AEREI STATUNITENSI ALLA BASE…
ARRIGO SACCHI FA 80 ANNI! PAOLO CONDO’ ESALTA LA RIVOLUZIONE ZONISTA DELL’EX CT: "IL SUO MILAN È CONSIDERATO LA SQUADRA DI CLUB MIGLIORE DELLA STORIA ASSIEME ALL’AJAX DI MICHELS E AL SUCCESSIVO BARCELLONA DI GUARDIOLA. I SUOI DETRATTORI SOSTENGONO CHE HA VINTO (SOLO) UNO SCUDETTO E DUE COPPE DEI CAMPIONI PERCHÉ AVEVA TANTI FUORICLASSE A DISPOSIZIONE. È VERO, LI AVEVA. MA È IL COME HA OTTENUTO QUESTI RISULTATI, CONVERTENDO I FUORICLASSE AL GIOCO DI SQUADRA, AD AVERNE FATTO LA PIETRA MILIARE DEL NOSTRO CALCIO, PERCHÉ ESISTE UN PRIMA DI SACCHI E UN DOPO SACCHI. ARRIGO È L’ULTIMO GIAPPONESE RIMASTO SULL’ISOLA…”
Paolo Condò per il “Corriere della Sera” - Estratti
ARRIGO SACCHI A MILANO MARITTIMA
La rivelazione arrivò improvvisa, una domenica dell’autunno 1987 a San Siro. Per tutta l’estate Arrigo Sacchi aveva condotto a Milanello allenamenti privi del pallone, nei quali una serie di coni di diverso colore posati sui quattro lati del campo fungevano da calamite.
Lui gridava «rosso!» e i dieci giocatori in campo, disposti in un 4-4-2, orientavano la loro corsa verso i coni rossi. Poi passava al giallo, e il movimento sincronizzato deviava verso l’altro lato: se la memoria non ci inganna, col verde si procedeva verso la porta avversaria, col blu si arretrava verso la propria. Sempre tutti assieme. Molti dei giornalisti più anziani scuotevano la testa, sussurrando «ma che scemenza è senza pallone?».
Noi dell’ultima generazione eravamo ugualmente perplessi, ma più fiduciosi: se nessuno ci capiva niente gli esperti perdevano il loro vantaggio, dando magari una scossa alle gerarchie. In ogni caso giravano molte ironie, qualche sarcasmo e alcune fosche previsioni, fino alla domenica in cui d’incanto ogni pezzo andò al suo posto e la sincronia divenne assoluta.
marco van basten arrigo sacchi
Gli avversari sviluppavano la loro manovra verso destra, e tutto il Milan si muoveva verso destra come un sol uomo; rientravano nella loro metà campo, e il Milan intero avanzava compatto. La direzione dei rivali aveva sostituito il colore dei coni, e il Milan era stato addestrato a reagire in automatico. E da squadra.
Così facendo si trovava sempre e dappertutto in superiorità, il suo pressing recuperava palloni su palloni, e gli incroci e le sovrapposizioni eseguite dai campioni diventavano uno show. Quell’anno, il primo di Sacchi in serie A, venne subito lo scudetto, unico e indimenticabile, e niente divide ancora oggi estimatori e detrattori come questa dicotomia: se amate Arrigo l’accento cade su indimenticabile, altrimenti unico è il vostro mantra.
Arrigo Sacchi compie 80 anni domani, e siccome è un sacco di tempo che va a letto presto — l’ultima esperienza in panchina, breve e divorata dallo stress, risale al 2001 a Parma — c’è un velo di tenerezza in chi come noi approfitta dell’occasione tonda per ricordare i suoi grandi giorni, e il mondo del calcio com’era allora. Erano tempi così giovani che certe parole nemmeno esistevano, e occorreva inventarle di sana pianta per dare il senso del nuovo che avanzava.
La ripartenza per esempio, che nei voti della nomenclatura zonista avrebbe dovuto sostituire per sempre il vecchio contropiede. Oppure l’intensità, pietra filosofale di un calcio che andava oltre la grinta e l’agonismo ma certo non si riduceva a puro esercizio tecnico.
Sacchi in allenamento gridava «intensi!» col megafono, e a bordo campo qualche birbone aggiungeva «sinergici! », a significare l’adesione totale del nuovo allenatore del Milan alla mission aziendale, ché la parola-manifesto di Silvio Berlusconi (sinergia) risuonava in ogni stanza del centro sportivo.
Erano tempi in cui l’imprenditore geniale e spregiudicato si stava prendendo l’Italia (il calcio dopo la televisione, e prima della politica), e Arrigo — col prezioso sostegno di Adriano Galliani — era la scelta che meglio di qualsiasi altra ne esaltava la capacità di distinguere gli uomini.
Il Milan di Sacchi è considerato la squadra di club migliore della storia assieme all’Ajax di Michels e al successivo Barcellona di Guardiola. C’entra il tipo di gioco, e pare che in questi sondaggi votino solo gli adepti del calcio totale e derivati, c’entra soprattutto la capacità (rarissima) di assemblare squadre composte da campioni, e farli giostrare pensando al bene collettivo.
silvio berlusconi arrigo sacchi e i tre olandesi gullit rijkaard van basten
I detrattori di Sacchi sostengono che ha vinto (solo) uno scudetto e due coppe dei Campioni — ehm, più un Mondiale perso in finale ai rigori — perché aveva tanti fuoriclasse a disposizione. È vero, li aveva. Ma è il come ha ottenuto questi risultati, convertendo i fuoriclasse al gioco di squadra, ad averne fatto la pietra miliare del nostro calcio, perché esiste un prima di Sacchi e un dopo Sacchi, e questo nessuno lo potrà mai negare.
A 80 anni Arrigo è l’ultimo giapponese rimasto sull’isola.
Quando lo incontri ci mette un minuto a riportarti alle sue idee tradite e al dna italianista che ha ripreso il sopravvento.
alba parietti stefano bonaga arrigo sacchi
roberto baggio arrigo sacchi
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