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Estratto dell'intervista di Alessandra Mammì ad Hans Ulrich Obrist per L'Espresso
«Se il visitatore passa più secondi a leggere il cartello che a guardare l'opera, la mostra non va e dobbiamo inventare qualche altro meccanismo» per Hans Ulrich Obrist più dello spazio può il tempo, anche in un sistema dell'arte ossessionato dalle dimensioni ormai monumentali di gallerie e musei.
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Puntare sul tempo, invece, è la copernicana rivoluzione di questo infaticabile curatore svizzero dall'insonnia leggendaria che sfida il pubblico con le sue ormai mitiche maratone non stop: 24/48/72 hours di performances, lectures,concerti, happening.
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Hans Ulrich Obrist e Christian Boltansky
Hans Ulrich Obrist (HUO per tutti) direttore della Serpentine Gallery di Londra è nato e cresciuto a Zurigo tra le invenzioni post dada di quella geniale coppia di artisti che son stati Fischli&Weiss, i suoi veri padri spirituali. «Nel loro studio capii che volevo fare il curatore e lo dissi ai miei genitori. Furono contenti pensavano che avesse a che fare con la medicina e fosse un mestiere stabile». Non aveva a che fare con la medicina ma divenne presto (almeno nel suo caso) un mestiere stabile e anche tra i più remunerati. Ancora misterioso. Perché ci vuole orecchio (e occhio) più buone letture e magari un manuale. Come quello sui generis che Obrist ormai grande (46 anni) ha deciso di scrivere “Fare una mostra”(ed. Utet) in cui afferma siamo tutti curatori
hans ulrich obrist jacques herzog and kanye west spoke at surface magazines design dialogues
«E' così. Già nell'etimologia del termine: occuparsi di, prendersi cura di qualcosa. Nell'antica Roma i “curatores” erano funzionari pubblici che si occupavano dei servizi indispensabili: acquedotti, terme,fognature. Nel medioevo il “curatus” era il sacerdote che si occupava delle anime della sua chiesa. Oggi abbiamo un'esponenziale crescita d'informazioni ogni giorno, ognuno di noi deve navigare in questo mare di segni e fare scelte, dividerle, accostarle, creare un insieme. Così se Beuys negli anni Settanta diceva che ogni uomo è un artista, ora noi possiamo dire che ogni uomo è un curatore»
(….)
«Fin dal tardo Medioevo ai lati delle processioni rituali gli artigiani esibivano le loro creazioni. Furono le prime mostre d'arte. Poi il curating vero e proprio nasce nel XVII secolo con i Salon, e nel XVIII con i musei statali. I décorateurs del Louvre erano già curatori di professione. Ma il curating naturalmente cambia insieme all'arte E se lo stile dei décorateurs era connotato da pareti fitte di dipinti, con le cornici dorate una accanto all'altra, in ordine verticale dal pavimento al soffitto, con l'Impressionismo e la necessità di osservare la qualità della pittura più che il soggetto, si passa a una visione orizzontale delle opere e la distanza fra i dipinti aumenta. Nel 1960 poi al Moma un curatore di nome William C. Seitz fece un gesto rivoluzionario: eliminò le cornici da una mostra di Monet. La cornice era diventato lo spazio stesso della galleria».
Lo spazio non basta più bisogna allestire il tempo
«E' molto sempre stato sottostimato l'aspetto del tempo. Di solito funziona così :abbiamo una mostra fissa nello spazio e congelata nelle sue date. Oppure una performance che ha luogo un giorno X dalle 18 alle 19. Chi arriva alle 19 e 10 ha mancato l'evento.Dovremmo sostituire questi due meccanismi con un'idea dell'opera “life” estesa invece lungo tutto il tempo. L'ho capito da giovane, quando in Svizzera incontrai Eugène Ionesco, il padre del teatro dell'assurdo. E lui, appena apprende che io voglio occuparmi d'arte, mi dice:«Mentre noi siamo qui a parlare, ancora una volta va in scena a Parigi “La cantatrice calva”. Come ogni sera da 35 anni. Questo è più permanente di una scultura di César che dopo 15 anni viene rimossa». Ecco io credo sia giunto il momento di trasformare una performance in opera permanente nel tempo come nel secolo passato avremmo fatto con una scultura» (...)
Doris_Lessing alla marathon della serpentine 2006
L'arte è esperienza unica
«L'arte è esperienza offerta a un numero illimitato di persone ma è individuale, non la si vive come esperienza corale. Il lavoro del curatore è dare al mondo esperienze che speriamo siano straordinarie, ma che comunque non si possono vivere al cinema o al computer. Creare come nel Padiglione Svizzero Della Biennale Architettura un'esperienza attraverso un archivio è stata una sfida che ha avuto bisogno del collaborativo pensiero di architetti come Herzog&De Meuron e artisti come Parreno o Sehgal»
( SCHEDA) Il metodo Obrist di Alessandra Mammì ( da L'Espresso)
Cominciò da piccolo a 24 anni ad immaginare format mai visti per mostre mai fatte prima. «Il compito di un curatore non è occupare uno spazio, ma crearne uno nuovo», disse fin da allora, quando lanciò “do it”, mostra in cui gli artisti erano invitati a restare a casa e mandare al museo solo un kit di istruzioni per costruire l'opera con spirito proto Ikea. Sembrava un gioco ma era un pensiero:portare all'estremo l'abitudine a far eseguire installazioni da assistenti su kit del maestro.
E' il metodo Obrist, mai usare le opere per illustrare un'idea come quando regnava il “Critico”, ma usarle come una scintilla per accendere un fuoco. Essere impresario, mettere insieme discipline diverse nonché le energie e le menti di artisti lontani.
Come fece Diaghilev il più grande curator di tutti tempi (secondo lui). E' da questo ragionare che arrivano ad esempio tanto le Marathons che la Life Art, di cui prova manifesta sono le “Rooms” :ogni sala una diversa performance che va in scena a loop.
O i non-convegni “Art and Brain” dove illustri e famosi relatori sono invitati a vivere le pause di un meeting. Pranzi, cene,caffè, gite ma nessun incontro ufficiale, perchè (Obrist dixit) «i momenti più vitali e produttivi nascono nei tempi morti e non dall'ascolto delle reciproche relazioni».
Biennale Architettura 2014 Padiglione_Svizzera
E infine l'ultimo esperimento: il Padiglione Svizzero della Biennale Architettura di Venezia ( fino al 23 novembre) dove il nostro ha usato gli archivi di due grandi teorici Lucius Burckardt e Cedric Price trasformandoli in un evento dal vivo, con ragazzi che spingono carrelli pieni di appunti e disegni intavolando una dotta conversazione con chiunque capiti, dove è nata una scuola di architettura e un quotidiano dal nome “The tomorrow” , dove non manca la Maratona a tema e dove Hans Ulrich ha coinvolto l'intelligenza di molti da Herzog&deMeuron, a Agnès B. da Stefano Boeri, da Olafur Eliasson da Parreno a Carsten Holler, Tino Sehgal e tutti gli amici vicini e lontani.
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