osvaldo bagnoli

“BAGNOLI? NON POSSO PRENDERLO, È COMUNISTA” – QUELLA VOLTA CHE SILVIO BERLUSCONI SCARTÒ OSVALDO BAGNOLI, SCOMPARSO OGGI A 91 ANNI, PER LA PANCHINA DEL MILAN – L’ALLENATORE FU CONSIGLIATO AL CAV DA GIANNI BRERA, CHE LO SOPRANNOMINO’ “LO SCHOPENHAUER DELLA BOVISA” – FIGLIO DI UN OPERAIO SOCIALISTA, BAGNOLI È CONSIDERATO UN SIMBOLO DELLA MILANO POPOLARE. MA IN REALTÀ IL TECNICO, ARTEFICE DELLO STORICO SCUDETTO DEL VERONA NELL’85, HA SEMPRE SMENTITO QUESTA ETICHETTA, SPIEGANDO DI AVER VOTATO SOLO POCHE VOLTE E DI AVER SCELTO IL PSI… - VIDEO

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Estratto dell’articolo di Stefano Olivari per www.corriere.it

 

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Ha legato gli anni più belli della sua carriera e della sua vita a Verona, ma questo non toglie che Osvaldo Bagnoli fosse la milanesità fatta persona. […]

 

Non soltanto per nascita e formazione o perché da bambino giocava a calcio a piedi nudi nei cortili della Bovisa. Scalzo non perché fosse particolarmente povero, ma perché nella classe operaia dell’epoca (lui era del 1935) si usava così, le scarpe si erano per le cose serie e non per il calcio.

 

Il padre Aristide, arrivato da Cremona, votava socialista in una di quelle zone che a Milano chiamavano «rosse». Da quella periferia proletaria sarebbe uscito uno degli allenatori più amati del calcio italiano, in maniera traversale rispetto al tifo.

 

Lui fra l’altro da giovane era juventino, prima di essere ingaggiato dal Milan. Notato dal talent scout Malatesta mentre giocava nell'Ausonia, Bagnoli arrivò in rossonero nel 1955 per 75mila lire.

 

Giocatore eclettico, ala destra poi trasformata in mezzala o mediano: Bagnoli debuttò in Serie A e con il Milan nel 1957 vinse uno scudetto anche se non protagonista. Era il Milan di Schiaffino e Liedholm, con in campo anche Buffon e Cesare Maldini, più Gipo Viani a tirare i fili di tutto e Andrea Rizzoli a pagare.

 

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Quando il Milan lo cedette al Verona lui non avrebbe mai potuto immaginare che a Milano sarebbe tornato soltanto 35 anni dopo, oltretutto all’Inter; 35 anni in giro per l’Italia da giocatore (Verona, Udinese, Catanzaro, Spal, di nuovo Udinese e infine Verbania, in Serie C, dove chiuse la carriera nel 1973) e da allenatore (Solbiatese, Como, Rimini, Fano, dove conquistò la promozione in C1), prima dell'approdo a Verona nel 1981, la squadra che lo avrebbe consegnato alla storia.

 

Non soltanto per lo scudetto 1984-85 vinto con gli scarti, sia pure di lusso (Fanna, Tricella, Di Gennaro, Galderisi, eccetera) dei grandi club, ma anche per tanti anni di ottimo gioco, ignorato da quella parte della critica che puntava più sul personaggio icona del cosiddetto calcio «pane e salame».

 

[…] Gianni Brera […] lo consigliò a Berlusconi per il dopo Liedholm, generando la leggendaria risposta: «Non posso prenderlo, è comunista». Leggenda era anche il comunismo di Bagnoli, più volte da lui smentito affermando che le poche volte in cui aveva votato aveva messo la croce sul Psi.

 

Al Milan sarebbe arrivato Sacchi e Brera a un Bagnoli apprezzato anche per le buone letture regalò comunque un soprannome, «Schopenhauer della Bovisa», per sintetizzare quel suo misto di seria concretezza e di filosofia, espressa con i fatti più che le poche parole, a volte in un dialetto milanese che in realtà non parlava più da quando era bambino ma che ogni tanto gli usciva.

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Dopo Verona, Bagnoli firmò con il Genoa, dove centrò un quarto posto nel 1990-91, il miglior piazzamento del club in oltre cinquant'anni, seguito l'anno successivo da una semifinale di Coppa Uefa persa contro l'Ajax futuro campione. Le sue qualità di allenatore «riciclatore», capace di rendere squadra un gruppo di individualità scartate altrove, erano intatte.  E nel 1992 arrivò la chiamata dell'Inter di Ernesto Pellegrini, nella sua città. […]

 

La stagione successiva, dopo gli investimenti importanti della società su giocatori come Bergkamp e Jonk (per Bagnoli «Gionk»), le cose andarono male e Bagnoli venne esonerato a metà campionato.

 

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A 59 anni le richieste non gli mancavano, ma lui aveva deciso: la sua carriera nel calcio si sarebbe conclusa lì, nella sua Milano. E i pensieri scritti sul suo mitologico «quadernètt» sarebbero rimasti suoi. Simbolo della Milano operaia, lui figlio di operai e che l’operaio lo aveva fatto davvero (tornitore) prima del Milan, uomo da rimpiangere come i valori di quella Milano.

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