DAGOREPORT – IL MONDO È SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO: QUEI DUE GENI DEL MALE NETANYAHU E PETE HEGSETH…
ITALIAN FLOPPONE! DOPO LE SEI PERE RIFILATE DAL BAYERN ALL’ATALANTA, IL CALCIO ITALIANO E’ SPARITO DALLA CHAMPIONS E SEMPRE PIU’ IN CRISI – ZAZZARONI: “CHI PARLA DEGLI ALLENATORI NON HA CAPITO. SENZA I MILIONI NON SI COMPRANO I CAMPIONI STRANIERI, E SENZA I CAMPIONI STRANIERI NON SI VINCONO LE COPPE” – CONDO’: "FRA DUE SETTIMANE LA NAZIONALE CERCHERÀ DI QUALIFICARSI AL MONDIALE. MA QUESTO PERMETTEREBBE DI ALZARE IL TAPPETO PER NASCONDERVI UN ALTRO PO’ DI POLVERE, MENTRE L’ELENCO DELLE RIFORME DA FARE È LUNGHISSIMO. LA DISCUSSIONE SUL CAMPIONATO È INCENTRATA SUGLI ERRORI ARBITRALI, IN CHAMPIONS FACCIAMO PENA, LA LEGA SERIE A NON HA TROVATO DUE GIORNI PER DARE UNO STAGE A GATTUSO E GRAVINA NON HA PUNTATO I PIEDI…”
Ivan Zazzaroni per il Corriere dello Sport
Finalmente una buona notizia dopo i 6 gol presi dall’Atalanta col Bayern, gli 8 dalla Juve col Galatasaray, i 5 dall’Inter col Bodø e i 6 dal Napoli col Psv, e in tutto fanno 25. Finalmente una buona notizia, dicevo: ai quarti di finale dell’Europa League porteremo sicuramente un’italiana (...).
Temo peraltro che sarà l’unica superstite del nostro campionato poiché la Fiorentina non sembra intenzionata a trascurare la salvezza per una Conference qualsiasi.
L’italian floppone non può più sorprendere: siamo pur sempre quelli che hanno saltato due edizioni di fila dei Mondiali e a fine mese rischiano di realizzare il triplete della vergogna.
L’eccezione, in Champions, è stata l’Inter di Inzaghi che nelle ultime tre stagioni s’è guadagnata due finali, l’ultima volta prendendone 5 dal Psg: noi le cose le facciamo perbene o non le facciamo affatto.
C’è chi sostiene che la colpa sia di quelli che raccontano male il calcio, i maledetti giornalisti sostenitori della difesa-e-contropiede, gli amici della storia e nemici della modernità: di calcio possono parlare tutti, perfino gli ex calciatori.
La verità è purtroppo un’altra: avendo finito da tempo i denari, ci siamo rifugiati nelle idee (non tutti). Ma le idee fanno pochi gol.
Siamo stesi come dei manifesti. E senza i milioni non si comprano i campioni stranieri, senza i campioni stranieri non si vincono le coppe, senza la programmazione non si formano i talenti italiani, senza una passione morattiana, o berlusconiana, i proprietari non investono nella qualità: oggi quando se ne ritrovano un po’ in casa la rivendono a caro prezzo.
Queste cose le scriviamo da anni, inutilmente: volete mettere il peso delle parole, delle riflessioni e degli allarmi con quello dei bilanci fallimentari, dei debiti?
Ci sono soltanto due mezzi per pagare i debiti: sforzandosi di aumentare i ricavi, sforzandosi di diminuire le spese. Le nostre squadre, in assenza di facili ricavi, stanno limitando le spese e lo spettacolo ne risulta fortemente impoverito.
Meglio, a questo punto, occuparsi dell’euroderby Bologna-Roma, la sfida tra un tecnico abbonatosi alle finali, Italiano, e uno che si è specializzato in miracoli tecnici e nella produzione di ricchezza per il club, Gasperini.
Da ultrà bolognese e direttore del Corriere dello Sport-Stadio questa partita avrei voluto vederla a Istanbul, lo confesso. Ma non si può avere tutto.
PS che mi scoppia dentro. Quando si parla della crisi della Nazionale e del calcio italiano, che non produce un campione dal 16 maggio 2004, ci si dimentica che nel 2010 a guidare gli azzurri c’era Lippi e nel 2014 Prandelli, autentiche eccellenze. Cosa voglio dire? Che continuare a raccontare alla gente che sono i maghi della panchina a determinare la qualità del gioco e i successi è una fandonia inammissibile: gli allenatori, per fare risultato fuori dai confini, hanno bisogno dei campioni.
IL CALCIO ITALIANO IN BILICO
Paolo Condò per il “Corriere della Sera” - Estratti
Nel 1974 l’Italia uscì male dai Mondiali (…) il presidente federale Artemio Franchi (…) Affidò il settore tecnico a Italo Allodi, il più aperto, scafato e anche discusso dei dirigenti italiani (aveva già lavorato per l’Inter di Angelo Moratti e la Juve di Gianni Agnelli), e nel 1976 la sua creatura, il Supercorso di Coverciano, vide la luce cambiando per sempre il nostro calcio.
L’insegnamento ai giovani tecnici passò da 140 a 900 ore, gli esami si moltiplicarono come i docenti di prestigio e gli ospiti internazionali invitati a portare le loro esperienze. Si spalancarono le finestre ed entrò aria nuova. Il Supercorso divenne la locomotiva dello sviluppo che avrebbe portato due titoli mondiali all’interno dei 30 anni più belli di sempre.
Se ricordiamo questa pagina di storia all’indomani del crac dell’Atalanta col Bayern, che segna di fatto la cancellazione dei club italiani dalla Champions a livello di ottavi di finale (e già la qualificazione dei bergamaschi era stata un’impresa), è perché la crisi ci sembra così complessiva e soffocante da necessitare un’iniziativa forte come fu quella del 1976.
(…)
Che ci si salva, o si cola a picco, tutti assieme. Non c’è un problema solo — risolto quello, risolto tutto — ma un insieme di questioni talmente ribadite nel tempo (ma non affrontate) da costituire ormai un meme sui social.
Fra due settimane la Nazionale cercherà di qualificarsi al Mondiale vincendo due gare di playoff. Sono partite per le quali è giusto provare paura, specie l’eventuale seconda in trasferta, perché Irlanda del Nord e Galles (la Bosnia sarebbe un po’ meno grave) sono squadre che corrono, che hanno ritmo, che si spendono come se al 90’ la loro vita finisse, e infatti al triplice fischio crollano al suolo esauste.
I nostri non sono abituati a ragionare così, ma a calcolare ogni energia per non sprecarne. Non è un caso se il tema delle troppe partite sia quasi un nostro monopolio culturale.
Speriamo tanto che Gattuso ce la faccia perché l’appartenenza è una pulsione che oltrepassa il raziocinio: siamo tifosi dell’Italia. Siamo anche consapevoli, però, che il ritorno al Mondiale permetterebbe di alzare il tappeto per nascondervi un altro po’ di polvere, mentre l’elenco delle riforme da fare è lunghissimo.
La discussione sul campionato è incentrata sugli errori arbitrali, in Champions facciamo pena ma a ogni eliminazione quasi si festeggia («e ora testa allo scudetto!»: colpa di noi media, anche), la Nazionale è in bilico sul precipizio: le tre gambe su cui si regge il tavolo sono tutte traballanti, eppure la Lega non ha trovato due giorni per dare uno stage a Gattuso e Gravina non ha puntato i piedi, spiegando bene perché il 98 per cento col quale è stato rieletto non è un successo, ma una prigione.
Il calcio che abbiamo oggi è quello che è stato seminato dieci anni fa, quando la crisi era già un’evidenza. Quello che avremo fra dieci anni si decide oggi, ed è difficile essere ottimisti. In politica sono gli statisti, merce rara, a preoccuparsi di ciò che non vedranno. Nel calcio è lo stesso.
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