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“NASCOSI A MIA MOGLIE CHE ERO UN CALCIATORE, NON VOLEVO CHE SI AVVICINASSE A ME SOLO PERCHÉ GIOCAVO IN SERIE A” – L’EX ATTACCANTE DELLA ROMA, MARCO DELVECCHIO, SI RACCONTA: “MAZZONE? UN UOMO SPETTACOLARE. APPENA ARRIVATO MI DISSE: ‘C’È UN RAGAZZINO FORTISSIMO CHE VUOLE GIOCARE TITOLARE. TU TI RITAGLIERAI IL TUO SPAZIO’. QUEL RAGAZZINO ERA TOTTI. IO PENSAI: ‘E ALLORA CHE SONO VENUTO A FARE?’. POI LE COSE ANDARONO DIVERSAMENTE” – “I GOL NEI DERBY? ERANO LE PARTITE PIÙ IMPORTANTI DELL’ANNO. NESTA MI DICEVA: ‘TU SEI DIVENTATO FAMOSO GRAZIE A ME’”… - VIDEO

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Estratto dell’articolo di Nancy Gonzalez Ruiz per www.gazzetta.it

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[…] Marco Delvecchio ha smesso da anni, ma il calcio gli è rimasto addosso: nel passo e nella disciplina. Anche al bar, il suo di fiducia, dove non deve neanche ordinare: caffè amaro a prescindere dall’orario, perché “gli zuccheri fanno male”. Oggi compra, vende e affitta immobili nel centro di Roma.

 

Il settore immobiliare gli ha regalato una seconda carriera, non un’altra vita. “La mentalità è la stessa del Delvecchio attaccante”. Cambia il campo, non il modo di stare al mondo. E pensare che una volta quel mestiere provò perfino a nasconderlo. Quando conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie, non le disse di essere un calciatore. Lei lo scoprì allo stadio: il posto accanto al suo era vuoto. Perché Marco non era in tribuna. Era in campo.

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Dica la verità: si vergognava di fare il calciatore?

“No, non era vergogna. È vero, lo avevo nascosto alla mia ex moglie, ma perché non volevo che si avvicinasse a me solo perché ero un giocatore di Serie A.... dovevo capire se ci fosse altro”.

 

Quando la conobbe era ancora il giovane attaccante su cui l’Inter stava costruendo il futuro.

“Sì, la fiducia la sentivo. Mi avevano lanciato in Serie A e con Moratti mi sono sempre trovato benissimo. Due mesi prima di cedermi mi aveva detto che sarei diventato una bandiera dell’Inter. Poi arrivò lo scambio con Branca e finii alla Roma. Oggi posso solo ringraziare quella scelta”.

 

Ad accoglierla nella Capitale c’è Carlo Mazzone.

“Mazzone era un uomo spettacolare. Appena arrivato mi disse: ‘Davanti abbiamo due fenomeni, Balbo e Fonseca, e poi dietro c’è un ragazzino fortissimo che vuole giocare titolare. Tu ti ritaglierai il tuo spazio’. Quel ragazzino era Francesco. Io pensai: ‘E allora che sono venuto a fare?’. Poi le cose andarono diversamente”.

 

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[…] Quando nel 1997 arriva Zeman, arrivano anche le critiche nei suoi confronti.

“La Roma in realtà cercava un centravanti diverso, un bomber alla Balbo o alla Voeller. Io non ero quel tipo di attaccante e una parte della tifoseria me lo faceva pesare. Si arrivò a parlare di uno scambio con Trezeguet, ma alla fine non se ne fece nulla con il Monaco”.

 

[…]

 

Roma, invece, l’ha celebrata soprattutto nei derby.

“Erano le partite più importanti dell’anno, ma le vivevo con leggerezza. Forse era quello il segreto: quando una gara la senti troppo, rischi di sbagliarla”.

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E in quei derby c’era sempre un avversario che sembrava soffrirla più degli altri: Nesta.

“Alessandro era un difensore molto corretto e questo mi avvantaggiava. Eravamo anche simili fisicamente, nel modo di correre. Forse per quello riuscivo a metterlo in difficoltà, fino a farlo scivolare. Quando ci incontravamo in Nazionale lo prendevo spesso in giro, ma lui mi rispondeva: ‘Tu sei diventato famoso grazie a me’”.

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Di tutti i derby, ce n’è uno che porta più nel cuore?

“Quello dell’11 aprile 1999. Quel giorno andò tutto bene: vincemmo 3-1, segnai due volte io e una Francesco. Ci furono anche le magliette: la sua, ‘Vi ho purgato ancora’, è rimasta nella memoria perché era uno sfottò. La mia un’autocelebrazione da derby”.

 

In fondo quella partita racconta anche un’altra storia: quella sua e di Francesco Totti.

“Francesco è stato la costante di un’intera epoca. La bandiera e l’ottavo re di Roma. Il più grande giocatore con cui abbia mai giocato. Insieme abbiamo condiviso una vita di ricordi”. […]

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