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IL MONDIALE PRESO A CALCI DA INFANTINO E TRUMP! DAL “PREMIO FIFA PER LA PACE”, UNA SORTA DI RISARCIMENTO DEL NOBEL MANCATO (E GIÀ FA RIDERE COSÌ), AL CASO BALOGUN, LE RELAZIONI PERICOLOSE TRA “THE DONALD” E IL SUO CAMERIERE IN CHIEF GIANNI, A TEMPO PERSO NUMERO 1 DELLA FIFA, MINANO LA CREDIBILITA’ DEL CALCIO - PER LA RIUSCITA DEL TORNEO, INFANTINO HA DOVUTO FREQUENTARE LA CASA BIANCA PIÙ DI UN CAPO DI STATO CON L’ENDORSEMENT DELLA POLITICA DI TRUMP, NON CONSENTITO DALLO STATUTO DELLA FIFA - LA VERA PECULIARITÀ DEL BOSS DEL CALCIO MONDIALE È IL RAPPORTO COL MONDO ARABO E NON A CASO IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO LO HA VOLUTO NEI NEGOZIATI A SHARM EL-SHEIKH IN AUTUNNO – MA PERMETTERE A TRUMPONE DI METTERE BECCO SULLE SQUALIFICHE E TOCCARE GLI INGRANAGGI DEL GIOCATTOLO MILIARDARIO È DAVVERO TROPPO: DOVE E' FINITA L'AUTONOMIA DELLO SPORT DALLA POLITICA?

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Paolo Tomaselli per il “Corriere della Sera” - Estratti

 

«Pensate solo al calcio, please , please , please ». L’appello accorato di Gianni Infantino all’inizio del Mondiale in Qatar, quando il tema dei diritti dei lavoratori e dei diritti umani rischiava di sovrastare quello sportivo, adesso è stato violato da Donald Trump in persona, che ha preso il pallone in mano e ha condizionato una scelta che invece è stata «indipendente e autonoma», secondo le parole del numero uno del calcio mondiale, costretto dal padrone di casa a perdere la faccia.

infantino trump

 

 È brutto dirlo, ma quando il presidente degli Usa ha ritirato il «premio Fifa per la pace», una sorta di risarcimento del Nobel mancato (e già questo è grottesco in sé), l’unica Federazione a protestare ad alta voce è stata quella della Norvegia.

 

La stessa cosa è successa quando Infantino, con una strategia formalmente corretta ma senza precedenti, ha accelerato per organizzare la Coppa del 2030 in tre continenti (Sudamerica, Europa e Africa), per poter assegnare all’Arabia Saudita (confederazione asiatica) quella del 2034, dodici anni dopo il torneo disputato in Qatar. Tutto con una votazione via zoom, per acclamazione, senza altri candidati. Adesso che viene toccato il regolamento del gioco, tutto il mondo del pallone invece si è accorto che questo Mondiale, bellissimo anche per il successo organizzativo che non si può negare, è ostaggio di Donald Trump.

 

donald trump gianni infantino

E della relazione pericolosa che Infantino ha tenuto con lui, con l’obiettivo di proteggere e alimentare la sua creatura. Pazienza se la finale inizialmente si doveva giocare a Dallas al fresco ed è stata spostata nel torrido stadio a poche miglia da New York.

 

Pazienza se l’Iran viene spedita ad allenarsi in Messico e — a differenza delle altre squadre — per le prime due partite non può entrare negli Stati Uniti fino a 24 ore prima dell’inizio della gara. Quando Infantino è entrato nello spogliatoio iraniano dopo il 2-2 al debutto con la Nuova Zelanda, ha cercato di sdrammatizzare, poi ha fatto delle promesse per dare alla Nazionale di Teheran condizioni uguali alle altre squadre, che non ha potuto mantenere, scatenando la rabbia degli iraniani.

 

Dell’arbitro somalo respinto all’ingresso negli Stati Uniti prima del via, neanche a parlarne. Nessun suo collega lo ha difeso, solo il ct norvegese (sempre e solo loro) ne ha fatto cenno, allargando il discorso «all’ipocrisia di tutti noi, dentro a un Mondiale dove l’organizzatore è in guerra con un Paese partecipante».

 

INFANTINO TRUMP EQUIPE

Toccare gli ingranaggi del giocattolo miliardario che tiene col fiato sospeso più di mezzo pianeta però è troppo.

 

A Infantino la situazione è sfuggita di mano, ma non poteva essere altrimenti, perché nella simbiosi obbligata con Trump i vantaggi sono tanti, ma gli svantaggi sono imprevedibili e non tutti facili da gestire con una battuta di spirito o un comunicato stampa, facendo leva sulla magia antica ma sempre nuova del pallone e sulla forza di un’organizzazione no profit che guadagnerà dal Mondiale oltre 10 miliardi di euro (da reinvestire).

 

Per la riuscita del torneo, Infantino ha dovuto frequentare la Casa Bianca più di un capo di Stato, sorridendo a denti stretti alle sparate di Trump sugli altri Paesi organizzatori («Allora per il narcotraffico bombardiamo il Messico?») o sulle sedi delle partite, con Seattle messa in discussione dopo l’elezione di una sindaca democratica. Per non parlare dei mutamenti dello scenario iraniano.

 

 «Vivere il calcio, unire il mondo attraverso il calcio e rendere il calcio davvero globale» è il suo motto. E non è un modo di dire: in vista dei possibili accordi di Abramo, è stato lui a tratteggiare (prima del 7 ottobre 2023) la possibilità di un Mondiale organizzato da Arabia e Israele, con l’obiettivo di vincere il Nobel.

 

meme balogun

«Solo la Fifa può essere criticata perché vuole la pace — ha risposto piccato il capo della comunicazione Bryan Swanson al Guardian — . La Fifa deve essere riconosciuta per ciò che è: un organismo di governo globale che vuole rendere il futuro del mondo più luminoso».

 

Un manifesto, sintetico ma inequivocabile della gestione Infantino, nel quale sport e politica si fondono. E pazienza se per perseguire l’obiettivo è servito l’endorsement della politica di Trump, non consentito dallo statuto della Fifa: un’altra distorsione denunciata solo dalla Federcalcio di Oslo.

 

DONALD TRUMP RINGRAZIA LA FIFA PER LA REVOCA DELLA SQUALIFICA A FOLARIN BALOGUN

La vera peculiarità di Infantino è il rapporto col mondo arabo e non a caso Trump lo ha voluto nei negoziati a Sharm el-Sheikh in autunno, per mostrare «quello che il calcio può fare nella ricostruzione di Gaza». Anche se per la morte del calcio nella Striscia, la Fifa per due anni non ha preso posizione. La presenza del dirigente svizzero alla Casa Bianca tra Trump e il principe saudita Bin Salman in quei giorni è sembrato il ponte tra presente e futuro.

DONALD TRUMP GIANNI INFANTINO

 

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INFANTINO TRUMP