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Cosimo Cito per la Repubblica
All’alba di Ibra c’erano freddo, sudore e gomiti fuori legge, un ragazzo alto nella nebbia di Malmoe, difensori piccoli e cattivi, un cielo colore del marmo, un pallone. «Questo so fare, questo voglio fare», nemmeno un dubbio mai, mentre gli anni erano 19 e 20.
I fratelli registi svedesi Fredrik e Magnus Gertten presero allora a filmarlo. «Stavamo lavorando a un film sul Malmoe, la squadra della nostra città, e invece ci accorgemmo ben presto che c’era un soggetto più grande che finiva dentro l’occhio della telecamera. Lo seguimmo, poi mettemmo da parte il materiale, domandandoci se un giorno... Il giorno poi è arrivato».
“Ibrahimovic, diventare leggenda” (nella sale italiane il 14 e il 15 novembre) è il docu-film sulla formazione fisica, morale, intellettuale di un ragazzo nato da un bosniaco e una croata, per questo marchiato come “zigga”, osteggiato e in lotta col mondo e infine amato, un attimo prima dell’addio e dell’approdo all’Ajax. «Lì» prosegue Fredrik Gertten, «Ibra trovò nuovi nemici, lui è così, ne ha bisogno. Non credo che tra Ibra uomo e Ibra calciatore ci siano differenze. Non ho mai visto un calciatore più vero, più ruvido, più intelligente, più maturo, più coraggioso, coraggioso come un pirata».
Malmoe o Amsterdam? «Malmoe » risponde Ibra, con la maglia dell’Ajax addosso. Le radici. La gente, mai amata. Dopo un gol: «Sì, va bene, ora applaudono e gridano il mio nome, ma quando non andranno bene le cose, che faranno?» I compagni d’attacco cannibalizzati, come Mido, che per un attimo, racconta nel film l’egiziano, non l’ammazza dentro lo spogliatoio lanciandogli delle forbici.
La porta sulla vita di Ibra si chiude a Torino, la storia finisce dove appena inizia la sua carriera internazionale, portato da Raiola alla Juve di Moggi, quando Capello gli chiederà di «smetterla con i numeri da circo e pensare al gol» ottenendone il suo rispetto.
Tutto si tiene nei suoi ingranaggi spirituali, l’affetto eterno per il padre e la certezza che prima o poi il talento basterà. «Abbiamo filmato la crescita di uomo e della sua ambizione» racconta il regista, «perché, anche, servisse d’ispirazione ai ragazzi di oggi, in particolare in questo momento dell’Europa.
Quella di Ibra è la storia di un’inclusione faticosa, ma anche di una lotta naturale contro le avversità della vita. Avviene spesso, nelle nostre società occidentali, che non si dia troppo credito ai giovani, che non vengano ritenuti in grado di prendere decisioni, di arrivare. Ed è bella la scena del ritorno di Ibra a Rosengard, migliaia di persone che l’aspettavano e le madri che l’additavano ai figli, ecco, questa è l’importanza che ha questo ragazzo ormai uomo per tutti noi».
Niente di casuale in questa storia. «Aveva degli occhi infuocati » ricorda Leo Beenhakker, il dt dell’Ajax, «quando segnò quel gol al Nac Breda pensai “ma solo Maradona e Zidane fanno queste cose”, glielo dissi. Lui alzò il viso e se ne andò».
MOURINHO IBRAHIMOVIC
IBRA GALLIANI RAIOLA
IBRAHIMOVIC 1
CAPELLO
IBRA
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