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Gaia Piccardi per “Il Corriere della Sera”
Donne che allenano gli uomini: sarebbe un buon titolo per un romanzo. Se volessimo dargli un taglio comico potremmo affidarne il prologo a Matt Walsh, cestista americano dalle idee non progressiste, ala piccola della Virtus Bologna: «Non ascolterei una sola parola di un coach donna. Potrei far finta solo se fosse carina».
Così il prototipo del macho pig made in Usa (se il gioco è ragionare per stereotipi, avanti il prossimo) ha dato il benvenuto alla prima ragazza assistant coach in Nba («full time and paid», a tempo pieno e stipendiata, sottolineano i titoli dei giornali in fibrillazione), la lega professionistica per eccellenza. Un ambiente maschilista e cameratesco come pochi altri, ancora affezionato ai riti d’iniziazione e alle punizioni corporali, che si racconta di essere pronto al grande passo, iniettandosi in vena (dopo l’esperienza di Lisa Boyer a Cleveland, stagione 2001-2002, ma non era a libro paga e non viaggiava con i Cavaliers) una dose di modernità ed eguaglianza.
Sono gli Spurs di San Antonio, i campioni in carica guidati da Belinelli, Ginobili e Parker, i pionieri nell’esperimento di affidarsi, oltre che a coach Popovich, alla sensibilità femminile di Becky Hammon, 37 anni, ex fuoriclasse del parquet che affiancherà Ettore Messina nello staff dei texani, destinata a quel lavoro di scouting, studio delle strategie per i match e routine di tutti i giorni sul campo che nessuna femmina, mai, si era sentita chiedere di affrontare.
Fino a ieri c’erano esattamente zero donne assunte come coach nelle 122 squadre della Nba, Mlb (baseball), Nhl (hockey) e Nfl (football, disciplina che più di ogni altra lavora per specializzazioni: un team, in media, ha 18 coach), zero assistenti e zero assistenti degli assistenti. Becky scardina la solidità della piramide gerarchica su cui poggia lo sport Usa aprendo nuovi scenari e facendoci venire un dubbio. No, non se entrerà nello spogliatoio ad arringare i ragazzi nudi sotto la doccia (non lo faceva nemmeno Goldie Hawn in «Wildcats»...).
Ma se una donna che allena gli uomini — come Amelie Mauresmo con Andy Murray e Corinne Diacre con il Clermont Ferrand, serie B francese, sconfitta 2-1 all’esordio e per nulla consolata dal mazzo di fiori dell’allenatore (maschio) rivale — sia un passo in scarpe da ginnastica verso l’evoluzione o, piuttosto, l’ennesimo tentativo di scimmiottare gli uomini.
Becky Hammon Basketball RUSSIA jpeg
«È una buona notizia — spiega la professoressa Marina Calloni, docente di filosofia politica e sociale all’Università Bicocca ed ex nuotatrice agonista —. Lo sport è sempre stato un’attività segregante per le donne, a cui la questione del comando era preclusa. Essere coach di una squadra significa decidere. Allenare nello sport professionistico è uno di quei lavori apicali in cui il genere non dovrebbe contare. In fatto di strategie, gestione del gruppo e dei rapporti interpersonali, inoltre, le donne dono dotatissime. Ogni tabù che crolla va accolto con favore».
Negli Usa, a livello di college, le donne che allenano gli uomini sono meno del 3%. Nello sport che conta Becky Hammond è la prima. Kobe Bryant le ha mandato i complimenti, la pasionaria del tennis Billie Jean King ha esultato, Michelle Obama twitterà di certo un messaggio epocale. «Non vedo l’ora di farmi urlare dietro da Popovich» dice Becky. Se gli Spurs sono pronti per lei, forse qualcosa sta cambiando.
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