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“NEI GIORNI SUCCESSIVI ALLA MORTE DEL SIC, RIVEDEVO LA SCENA E MI CHIEDEVO SE POTEVO EVITARLO, LA RISPOSTA È NO, MA L’HO CAPITO TEMPO DOPO” – NEL SUO LIBRO “LA MIA STORIA”, VALENTINO ROSSI RICORDA IL TRAGICO INCIDENTE AL GP DELLA MALESIA DEL 2011, IN CUI HA PERSO LA VITA MARCO SIMONCELLI: “HO SENTITO IL COLPO SOTTO LE RUOTE. VADO AVANTI PER INERZIA, NEL PRATO ALL’INTERNO. SONO SPAVENTATO, CONFUSO, MI SEMBRA SIA ACCADUTO QUALCOSA DI GRAVE MA NON PIÙ DI TANTO, PERCHÉ NON HO LA SENSAZIONE DI AVER PRESO MARCO IN PIENO. QUANDO VEDO IL MOMENTO DELL’IMPATTO. MI VIENE ADDOSSO UNO SCONFORTO TOTALE, PROFONDISSIMO. MI SENTO RESPONSABILE DI CIÒ CHE È ACCADUTO. MI SENTIVO DEVASTATO, NON SAPEVO COSA DIRE. IL RESTO MI SA CHE L’HO RIMOSSO, NON RICORDO DI…”
Pubblichiamo un estratto del libro «Valentino Rossi, La mia storia» in libreria per Rizzoli dal 10 novembre.
VALENTINO ROSSI - LA MIA STORIA
Marco Simoncelli. L’ho conosciuto quando era un ragazzino. No, meglio, un ragazzone. Era nato nel 1987. Avrà avuto quindici, forse sedici anni. […] Somigliava un po’ a un cartone animato, a Pippo, l’amico di Topolino. Infatti, Pippo era anche il suo soprannome. Un ragazzone simile a noi, cresciuto con la campagna attorno e il mare, la Romagna, là sotto, come un’attrazione che sta negli occhi, nella testa.
Durante l’inverno tra il 2006 e il 2007 venne da me, disse: «Vale, ho bisogno di migliorare, di dimagrire. Mi prendi ad allenarmi con te?». Di sicuro non mi preoccupava il fatto che Marco potesse diventare un rivale, lo vedevo più come un fratello minore da sostenere. […] Veniva facile con il Sic perché era troppo simpatico, gentile, sempre divertente. Un cuore grande così, buono nell’animo e semplice, come noi.
Amici per davvero, mentre le cose andavano bene per entrambi. Campioni del mondo in contemporanea, nel 2008, io in MotoGP, lui in 250. Pronto a debuttare in MotoGp nel 2010 con una Honda del team Gresini. […] Il 2011 sembra una buona stagione per Marco.
Due pole, primo podio a Brno, terzo; un secondo posto in Australia, la sua ultima gara. Arriviamo in Malesia. Il Sic che gioca a carte, la sera, con suo padre. I capelli, lunghissimi, un cespo di ricci enorme, roba da non riuscire nemmeno a mettersi in testa il cappellino sul podio.
Domenica. Semaforo, si va. Secondo giro. Marco si ingarella con Bautista, pilota spagnolo della Suzuki. Simoncelli entra, Bautista incrocia, arrivano alla staccata della curva nove ancora in bagarre. Quindi, curva a destra, la dieci, un lungo curvone, prima di piegare nella undici. Si buttano dentro. Nell’attimo in cui il Sic apre il gas, inclinato come si trova, si chiude l’anteriore.
Cade. Lo vedo partire verso l’esterno, a sinistra. Quando succede così, quando vedo un pilota che davanti a me scivola a terra, in una frazione di secondo, cancello il file. Fuori. Non è più in gioco. Quindi, Simoncelli: delete. Non c’è tempo per altro, zero.
Vado per la curva a destra pure io, mi rimetto in carena, apro il gas e intravedo qualcosa che torna verso di me, dal centro della pista. Non una forma, un’entità indistinta, come un’ombra che avverto prima di capire cosa sta accadendo.
Sta accadendo che Simoncelli sta venendo verso di me, aggrappato alla sua moto. Dall’attimo in cui l’avevo visto cadere e scomparire dalla mia visuale sarà passato un secondo, un secondo e mezzo. Durante il quale Marco, sfruttando il suo fisico, aveva provato a tirare su la moto ma la scivolata aveva ridotto troppo la velocità e ormai era sdraiato, aggrappato alla Honda. Per questo sta continuando ad avanzare, ruotando quasi su se stesso, verso destra, verso l’interno curva. È come girare su un perno. E avanza. Avanza, cazzo.
Sono già in accelerazione quando mi accorgo che l’ombra viene verso di me e si trasforma in una presenza. Ho Colin Edwards attaccato, all’interno, siamo in lotta. In un istante, una frazione di tempo minuscola, proprio all’ultimo, mi rendo conto che la presenza concreta è una moto, la moto è quella del Sic, e lui è lì, aggrappato, steso insieme a lei.
Lo urtiamo entrambi: prima Colin, io immediatamente dopo. Passo proprio sopra, sento il colpo sotto le ruote. La botta più violenta la dà Edwards, mi sembra di averlo urtato in seconda battuta. Il cerchio della Ducati si spezza, resto in piedi. Vado avanti per inerzia, nel prato all’interno. Sono spaventato, confuso, mi sembra sia accaduto qualcosa di grave ma non più di tanto, perché non ho la sensazione di aver preso Marco in pieno.
Vado verso il box. Entro, mi fermo, Uccio viene verso di me. È stravolto. Dice: «Gli è volato via il casco… Gli è volato via il casco». Bestemmio, chiudo gli occhi, impreco, perché il casco è il casco, e se si rompe il cinturino vuol dire che il botto è stato devastante.
Sui monitor partono le immagini dell’incidente. Vedo il momento dell’impatto. Mi viene addosso uno sconforto totale, profondissimo. Mi sento responsabile di ciò che è accaduto. Un peso che ogni riferimento alla casualità della dinamica riesce a contenere a stento.
Penso a Marco, a come starà in questo momento. Ricordo il silenzio. Un silenzio totale, nei box, sulle tribune, tutte le moto spente. Rimango lì, fermo, pietrificato in questa atmosfera muta e sospesa. Così resto, sino a quando arriva la notizia. La diffonde Paolo Simoncelli, per primo, il suo babbo. Si trovava proprio lì, aveva visto tutto e aveva compreso subito.
Aveva scavalcato il guardrail, era arrivato da Marco. Gli aveva preso la mano e aveva capito. Aveva capito che suo figlio era morto. Uccio e io abbiamo preso lo scooter e siamo andati nella nostra stanza, attraversando un paddock che pareva un paese fantasma. Non un’anima, solo vento e silenzio dappertutto.
Nell’ufficio ci siamo messi a sedere per terra. Abbiamo fumato una sigaretta, poi un’altra, subito. Abbiamo pianto. Mi sentivo completamente devastato, non sapevo cosa dire, cosa fare, era come se avessi preso un cazzotto in testa. Rintronato. Siamo rimasti lì dentro, zitti, un’ora, forse di più.
Il resto mi sa che l’ho rimosso, non ricordo di aver parlato con nessuno. Invece so cosa è accaduto la notte, il giorno, i giorni successivi. Perché lì cominci a porti un sacco di domande, a sentirti in colpa. Cosa avrei potuto fare? Rivedevo la scena, l’intera dinamica. Avrei potuto capire cosa stava per accadere? Avrei potuto stare più attento? Spostarmi più a destra, evitare l’impatto?
La risposta è no, detta ora, detta qualche tempo dopo l’incidente. Ma, in quei giorni immediatamente successivi alla morte del Sic, di risposte non ne avevo nemmeno una. […] Quando andavamo insieme a girare con le moto da cross, arrivavo a casa sua e, mentre Paolo, il babbo, caricava i mezzi sul furgone, Rossella, la sua mamma, che è sempre stata una persona dolcissima, una donna fantastica, una vera mamma, preparava le lasagne.
jovanotti vale rossi simoncelli
Siamo stati insieme, abbiamo trascorso vicini la veglia funebre. Un piccolo gruppo di amici, con la pretesa di essere di conforto; di alleggerire un po’, che solo a scrivere qui queste parole mi accorgo quanto non abbiano senso… Alleggerire cosa? […] All’aeroporto, tornando dalla Malesia, una ressa. Giornalisti, troupe televisive.
«Allora, smetti di correre? » «Hai trentadue anni. Dopo questa tragedia pensi sia giunto il momento di ritirarti? » No, non lo pensavo. Non l’ho pensato nemmeno in quei giorni. Tutto, proprio tutto, per come era accaduto, faceva parte del gioco. Lo sapeva Marco, e a lui correre è sempre piaciuto. L’ho sempre saputo, e a me correre piaceva da sempre.
dj ringo marco simoncelli
ROSSI SIMONCELLI
ROSSI SIMONCELLI INCIDENTE
simoncelli indossa il guanto ritrovato
simoncelli sepang
simoncelli
Paolo Rossella Simoncelli
simoncelli
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