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Maria Egizia Fiaschetti per “la Lettura - il Corriere della Sera”
Il circo dell’umanità, le sue contraddizioni, visti da un ponte. Sempre lo stesso. Un po’ come Claude Monet, che trascorreva intere giornate sulla scogliera di Étretat per catturare «l’impressione»: lo spettacolo mutevole della luce riflessa sull’acqua e interiorizzata dalla retina.
Dalla Manica al Pacifico: Ed Templeton — classe 1972, skateboarder, pittore, fotografo, tra i protagonisti del film Beautiful Losers diretto da Aaron Rose e Joshua Leonard sulla scena artistica indipendente negli Stati Uniti — osserva ogni giorno la vita in spiaggia nella sua Huntington Beach, città di 190 mila abitanti nella California del Sud. Migliaia di immagini pubblicate sul suo profilo Instagram (124 mila seguaci) con l’hashtag #dailyHBpierphoto.
Perché questa immersione quotidiana nel paradiso della «beach life»? Cosa la colpisce?
«Sono cresciuto in guerra con la mia città, la odiavo. Come tutti i ragazzini che si sentono prigionieri del luogo in cui sono nati, sognavo di trasferirmi a New York o in Europa, ma dopo aver viaggiato a lungo ho iniziato a rivalutare Huntington Beach».
Sedotto anche lei dall’eterna primavera, dopo il rifiuto adolescenziale?
«Mi sono accorto che qui c’è una scena molto particolare, una miniera di persone interessanti. Gente in costume che gioca a beach volley in dicembre, homeless, musicisti di strada… Quando osservi ogni giorno lo stesso soggetto inizi a captare anche il minimo cambiamento. Nei miei lavori cerco di trasferire queste impercettibili sottigliezze, di accentuarne le sfumature».
Huntington Beach racchiude l’essenza dello stile di vita californiano, dei suoi paesaggi: che cosa vede oltre i soliti luoghi comuni?
«Huntington Beach è piena di stereotipi. File di ragazze seminude, biondi muscolosi che corrono con le tavole da surf… E il nostro tipico modo di salutare, hey, dude ! (hey, amico!).
Mi piace fotografare questi quadretti, ma anche guardare oltre, al cuore della cultura: le dinamiche della carne in mostra, il testosterone, i senza fissa dimora; o gesti banali che mi incuriosisce cogliere in quel contesto. Il paradiso misto alla condizione umana. Gli zeloti che pregano con un gigantesco crocifisso davanti a giovani donne in bikini: sono gli aspetti surreali che più mi intrigano».
Orange County è sempre stata una fucina di subculture giovanili: come sono cambiate?
«Nella California del Sud la subcultura è diventata di massa. Mia moglie Deanna ha documentato il fenomeno del body messaging , di adolescenti che si fanno autografare sulla pelle il nome di skater o surfisti famosi, le ragazze sul décolleté o sul sedere, invece di usare un foglio di carta.
L’ultima evoluzione è quella di scriversi sul petto il proprio numero di telefono o l’account Instagram con messaggi del tipo “chiamami, solo ragazzi bianchi” o allusioni al sesso orale. Si mostrano in spiaggia così, per loro è un gioco, ma non si rendono conto di quanto siano dirompenti queste immagini».
Colpa della rivoluzione digitale?
«I ragazzi sono a posto. Certo, il porno è più accessibile rispetto agli anni della mia adolescenza, le droghe sono ancora molto diffuse, ma con i social network è aumentata la possibilità di connettersi, di amplificare la forza del proprio messaggio».
Nella sua recente mostra «Synthetic suburbia» (la personale allestita fino al 31 maggio scorso nelle sale della Roberts &Tilton gallery di Culver City, Los Angeles) il paesaggio che le è più familiare appare diverso, straniante. Come se con la pittura riuscisse ad aggredire la realtà più che con l’obbiettivo della macchina fotografica.
«Quando da bambino andavo a trovare i miei nonni ad Huntington Beach, urlavo ai miei genitori “siamo arrivati” alla vista dei muri di cinta delle case, tutti uguali. Ubiqui al punto da diventare invisibili. Mi sono sempre chiesto cosa ci fosse dietro quell’ordine artificiale, i prati curati e le graziose ragazze della porta accanto».
E che cosa ha scoperto?
«Che, oltre l’apparenza edulcorata dei quartieri periferici, c’è la vera natura delle persone che vi abitano. Esseri umani come in qualunque altro posto, con gli stessi problemi. Mi piace giocare con l’immagine ripulita dei sobborghi urbani e rappresentare le persone che marciscono in quella finzione idilliaca».
Da realtà naïf, isolata dal resto del mondo, la California sta diventando attraente non solo per ricchi pensionati o come meta turistica: l’arte e la moda si stanno trasferendo a Los Angeles?
«È incredibile. Sono passato dall’essere in mezzo al nulla a essere al centro di tutto. Non penso che la California sia mai stata naïf, semplicemente non è mai stata presa troppo sul serio dalle capitali internazionali dell’arte.
ed templeton huntington beach acrilico su pannello di legno 122 x 244 cm 2013
Ma adesso è il suo momento. Il mondo si è rimpicciolito e la California è in un’ottima posizione, vicina a New York ma anche alla Cina. Il territorio di Los Angeles è così esteso che un artista può ancora perdersi e isolarsi se ne sente il bisogno. Io vivo a un’ora di distanza e sono completamente fuori dai circuiti della cultura ufficiale».
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