DAGOREPORT – PERCHÉ MARIO ORFEO HA DETTO ADDIO A “REPUBBLICA”? DIETRO ALLE DIMISSIONI C’È UNA…
“HO AVUTO PENSIERI SUICIDI. C’E’ PIU’ UMANITA’ A REBIBBIA CHE NELL’AULA DEL SENATO” – PARLA L’EX SENATORE FORZISTA ANTONIO CARIDI, ASSOLTO IN APPELLO DALL’ACCUSA DI ASSOCIAZIONE MAFIOSA CONTESTATA DALLA PROCURA DI REGGIO CALABRIA NELL’AMBITO DELL’INCHIESTA “GOTHA”: “LA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE NEI MIEI CONFRONTI FU VOTATA IN MENO DI OTTO GIORNI. SOLO L’ORDINANZA DI ARRESTO ERANO SEIMILA PAGINE. POI VI ERANO LE INFORMATIVE. NESSUNO POTEVA LEGGERE UN ATTO DI ACCUSA MONUMENTALE IN UN TEMPO COSÌ BREVE. CINQUE STELLE, PD E LEGA DECISERO IL MIO ARRESTO. LI RICORDO MENTRE GIOCAVANO DISTRATTI CON GLI SMARTPHONE. HO PASSATO DICIOTTO MESI IN CARCERE CON I TOPI CHE MI VENIVANO TRA I PIEDI QUANDO ERO IN BAGNO…”
Estratto dell’articolo di Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera”
Quando è arrivata l’assoluzione, la seconda, in appello cinque giorni fa, l’ex senatore forzista Antonio Caridi, secondo l’accusa a capo di mammasantissima e massoni della provincia reggina, è tornato con il pensiero alla sua prima vita e all’aula del Senato da cui tutto partì. «La richiesta di autorizzazione a procedere nei miei confronti — sorride amaro ora— fu votata in meno di otto giorni. Solo l’ordinanza di arresto erano seimila pagine. Poi vi erano le informative. Nessuno poteva leggere un atto di accusa monumentale in un tempo così breve».
Votarono però e presto: «Cinque Stelle, Pd e Lega decisero il mio arresto. Li ricordo mentre giocavano distratti con gli smartphone. Quella sera uscii dall’aula e andai a Rebibbia a consegnarmi. Mia moglie, con cui ero sposato da sei mesi, era già avvisata».
Nome in codice dell’operazione Gotha. La Procura era quella di Reggio Calabria. Il contesto facilmente immaginabile. Il senatore fu accusato di associazione mafiosa.
Telecamere e taccuini dei cronisti lo assediavano: «Attraversai una sorta di crisi identitaria: “Davvero sono io quello di cui parlano? Ho commesso queste cose orribili?”».
Quando entrò in una cella di quattro metri nel carcere di massima sicurezza, con il bagno alla turca e due docce per novanta persone, la risposta sembrò annientarlo: «Diciotto mesi con i topi che mi venivano tra i piedi quando ero in bagno», ricorda. Nessuna visita istituzionale: «Ad eccezione del collega Pietro Iurlaro, lo scriva».
Quindi la battaglia processuale […] infine il proscioglimento per insussistenza del fatto. Dieci anni dopo una nuova esistenza da audiometrista: «Ho avuto pensieri suicidi ma ne sono venuto a capo. C’è più umanità a Rebibbia che nell’aula del Senato. […] ho visto trionfare ipocrisia e pressapochismo».
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