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Francesco Spini per “la Stampa”
Le banche popolari - insieme con l’associazione che le riunisce - «non lasceranno nulla di intentato perché il decreto legge venga meno e l’ordinamento giuridico continui a consentire a tutte le banche popolari di mantenere la propria identità». Lo scontro tra Renzi e i banchieri è cominciato. Incassato il decreto che - a sorpresa - nel giro di 18 mesi trasformerà le popolari con oltre 8 miliardi di attivi in Spa, negli istituti monta la rabbia: il provvedimento del governo - sostengono - è un regalo alle banche straniere.
Decreto «ingiustificabile»
Dopo oltre due ore di riunione, di cui all’ultimo momento - nel tentativo di depistare i cronisti - viene cambiata la sede (dall’Istituto centrale delle banche popolari alla sede milanese della Popolare dell’Emilia Romagna, il cui presidente, Ettore Caselli, è pure il numero uno di Assopopolari) arriva una pagina di comunicato al sapor di fiele.
Attraverso la loro associazione, i banchieri fanno sapere che ritengono il provvedimento «ingiustificato e ingiustificabile». Il modello di banca territoriale - scrivono i banchieri - «non è risultato sostenibile al di fuori della banca cooperativa» popolare o Bcc che sia. Così facendo, secondo i capitani del credito cooperativo, il risultato è quello di fare un regalo agli stranieri.
Il nodo delle fusioni
Dicono i banchieri: «Non deve esserci una politica economica finalizzata esclusivamente a trasferire la proprietà di una parte rilevante del sistema bancario alle grandi banche internazionali».
LA SEDE DELLA BPM - BANCA POPOLARE DI MILANO - A PIAZZA MEDA A MILANO
Al proposito, a Roma circolano storielle divertenti, tipo quella secondo cui il colpo di mano sulle popolari sarebbe una sorta di risposta di Renzi agli arabi (gli stessi che con Etihad hanno salvato l’Alitalia) desiderosi di investire in banche italiane ma preoccupati per la scarsità di opportunità.
Con popolari appetibili e contendibili, ecco risolto il problema. Malignità, probabilmente. Quel che è certo è che i banchieri ora suonano l’allarme, e - in cambio della conferma dello status quo - si impegnano a un’accelerazione del processo di autoriforma «ed a proseguire un processo di concentrazione».
Fusioni anche senza Spa, giurano. Il processo «oggi segna il passo non perché ostacolato dalla forma giuridica delle banche popolari - dicono dagli istituti - ma per l’avvento di regole e prassi di sorveglianza europee particolarmente avverse alle attività di finanziamento di famiglie e imprese». Insomma, le popolari ce la metteranno tutta per resistere e cercano alleati. In Senato, per esempio, gli uffici legislativi di più gruppi (ma un ruolo di primo piano ce l’ha l’Ncd, sebbene al governo con Renzi) sono già al lavoro per approntare emendamenti al decreto.
Tra le ipotesi che circolano ci sarebbe quella di annacquare la riforma con una forma ibrida che manterrebbe il voto capitario per l’elezione del consiglio di sorveglianza (che a sua volta nomina quello di gestione), garantendo però ai soci di capitale, ossia i fondi, l’indicazione di un buon numero di membri se non della maggioranza. Mentre la Borsa sogna il risiko (la Bper è stata la migliore delle big col +4,73%, tra le piccole la Popolare dell’Etruria va a +13,3%.
Ubi sale invece dell’1,92%, Bpm del 3,06%) i banchieri provano a tenere il punto: «Alle banche popolari non mancherà il coraggio, la fantasia e la determinazione per proseguire la propria storia, anche in un contesto normativo pregiudizialmente e irragionevolmente avverso».
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