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Marcello Zacchè per "il Giornale"
Sono arrivati da Roma e nella city milanese sono stati snobbati fin da subito, i Salini. Generone romano: che pensano mai di combinare? Renato Pagliaro, il presidente di Mediobanca che più di tutti incarna l'eredità del tempio che fu di Cuccia e Maranghi, non ha mai voluto sentirne parlare del progetto della Salini Costruttori per Impregilo, creatura rinata dopo Tangentopoli con la regia di Mediobanca, affidata alla fedele dinastia dei Gavio, piemontesi grandi amici di Fabrizio Palenzona, uomo forte di Unicredit. Eppure è andata diversamente.
Non che per Mediobanca questa sconfitta sia letale: ben altre forze sono scese in campo nella partita Fonsai, per esempio. Ma sempre di sconfitta si tratta. Ieri, in assemblea, il suo rappresentante, Cristina Vibaldi, ha detto che «Mediobanca non ritiene che la richiesta di revoca del cda sia giustificata». Non è bastato. Ed è un segno dei tempi. Ma sarebbe semplicistico scrivere che a perdere è stata Mediobanca: non è la banca d'affari italiana più rispettata nel mondo a uscire ammaccata, bensì quel sistema di relazioni coinvolte una volta di più in una battaglia di potere, ma anche contro il mercato fatto di investitori istituzionali, fondi e, questa volta, anche un determinante 1,9% di azioni retail.
Il fatto che Palenzona abbia accettato di presiedere Impregilo, per una sola assemblea, avendo pure preso una decisione poi dichiarata illegittima, la dice lunga sulla scivolata di questo sistema di relazioni. E non di fronte a un raider, ma a un'impresa privata, italiana, che cresce all'estero.
L'impressione è che la crociata di Diego Della Valle sul rinnovamento del capitalismo nazionale, da ieri abbia raccolto un altro punticino. Dopodiché, di qui a dire che il mercato ha vinto ce ne corre: anche Impregilo passa di mano senza lo straccio di un'Opa. Di santi non ce ne sono. Ma è chiaro che al vecchio sistema di relazioni e ragnatele finanziarie va presto trovata un'alternativa condivisa dalle migliori forze finanziarie e imprenditoriali di questo Paese.
ALBERTO NAGEL E RENATO PAGLIARO
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FABRIZIO PALENZONA
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