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DOCCIA GIAPPONESE SULLA BREXIT – I COSTRUTTORI DI AUTO NIPPONICI CONGELANO GLI INVESTIMENTI IN INGHILTERRA: VOGLIONO GARANZIE DALLA MAY – LA LAND ROVER, INVECE, PUNTA DAL PROSSIMO ANNO A TRASFERIRE PARTE DELLA PRODUZIONE IN SLOVACCHIA – LA GRAN BRETAGNA E’ IL SECONDO MERCATO EUROPEO DOPO QUELLO TEDESCO
Piero Bianco per La Stampa
Nelle dichiarazioni ufficiali, i grandi player dell' auto radicati in Gran Bretagna fanno gli ottimisti: «Speriamo che prevalga il buon senso». Dietro le quinte, però, c' è chi prepara la fuga. Tutti frenano gli investimenti e hanno un "piano B". L' allarme parte dai giapponesi (Toyota, Nissan, Honda) che negli ultimi vent' anni hanno sfruttato le agevolazioni governative investendo in stabilimenti e centri ricerca.
L' effetto-Brexit ora spaventa. Si temono dazi doganali per le esportazioni verso l' Ue e le importazioni di materie prime e componenti: renderebbero inaccettabili i prezzi delle auto prodotte in Uk. Carlos Ghosn ha chiesto precise garanzie, in un incontro riservato con Theresa May. Nissan realizza a Sunderland l' elettrica Leaf (e relative batterie), il Suv Qashqai, Juke, Note e le Infiniti. Con 475 mila veicoli l' anno, è il secondo costruttore in Gran Bretagna. «Ma non porterò lì la prossima Qashqai senza certezze assolute», ha minacciato il Ceo libanese.
Toyota ha varato ma in parte "congelato" l' investimento di 285 milioni di euro per ampliare Burnaston (casa della nuova C-HR, di Auris e Avensis). «Lavoriamo per sopravvivere a questo radicale cambiamento di scenari», ha ammesso il presidente Takeshi Uchiyamada al Financial Times dopo un incontro con lo staff della premier May. Honda è la più piccola tra le Case nipponiche: due anni fa ha modernizzato Swindon (con 275 milioni di euro) prevedendo di costruirvi tutte le Civic 5 porte destinate al mercato europeo con una crescita da 140 a 200 mila veicoli. Ora il piano è in standby.
Questo è il secondo mercato continentale dopo la Germania, un settore che vale oltre 17 milioni di euro e dà lavoro a 800 mila addetti per 1,6 milioni di veicoli l' anno. Il più grande produttore (e datore di lavoro) del Regno Unito, Jaguar/Land Rover controllata dall' indiana Tata, ha chiesto garanzie sul libero accesso ai lavoratori qualificati in Uk e analoghe garanzie per i lavoratori dell' Ue che già vivono nel Regno Unito.
«Un po' di preoccupazione c' è - ammette il presidente della filiale italiana, Daniele Maver - dovuta soprattutto alla mancanza di regole certe per il futuro». Il piano B di Jaguar/Land Rover, che in ogni caso non potrà lasciare la madre patria (Castle Bromwich, Halewood e Solihull), è spostare progressivamente una parte della produzione negli impianti globali di Cina, India e Brasile, in attesa che diventi operativo a fine 2018 quello slovacco.
E gli altri player? Il gruppo Bmw produce sul territorio britannico Mini (a Oxford) e Rolls-Royce (Goodwood), brand glamour molto legati alle radici. Però le Mini nascono anche a Born (Olanda): «una fabbrica non ancora satura e con grandi capacità», commentano i manager tedeschi. È il piano B. Opel assembla in Uk i suoi modelli targati Vauxhall, ma i nuovi padroni di Psa non aspettano che un buon alibi per staccare la spina. Volkswagen produce le Bentrey a Crewe, Ford sta «seriamente valutando la possibilità di chiudere gli stabilimenti di motori in Essex e Galles».
Le promesse non danno certezze. «L' 80% della nostra produzione viene esportata - spiega l' Associazione Costruttori Inglesi Smmt - con percentuale del 57,7% in Ue. La Brexit può diventare una vera sciagura».
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