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Carlotta Scozzari per Dagospia
Nei giorni scorsi ha sollevato un polverone di polemiche la rivalutazione a 7,5 miliardi di euro decisa dal governo Letta per il capitale della Banca d'Italia, a sua volta partecipata da un gruppo di istituti di credito nostrani tra cui spiccano Intesa e Unicredit, che insieme assemblano quasi il 65 per cento.
Il Banco Popolare guidato da Pier Francesco Saviotti, che ha in portafoglio una partecipazione di appena l'1,2% di via Nazionale, è il primo azionista a uscire allo scoperto alzando il velo sui vantaggi che le banche traggono dalla rivalutazione in termini di risultato netto di bilancio.
Nella documentazione appena depositata in vista dell'assemblea degli azionisti che a marzo voteranno sull'aumento di capitale da 1,5 miliardi, l'istituto popolare con base a Verona fa sapere che la plusvalenza stimata dall'operazione ammonta a 55 milioni di euro, con un impatto sul risultato dell'esercizio del 2013 al netto delle imposte stimato in circa 48 milioni.
La cifra, tuttavia, servirà appena al Banco Popolare per compensare a bilancio i 50 milioni di svalutazione della quota nell'istituto di credito attivo nella finanza pubblica Dexia Crediop, che il gruppo guidato da Saviotti ha già messo in vendita ma senza successo. Per non parlare dell'impatto negativo da 77 milioni che sui conti del 2013 avrà l'accordo extragiudiziale raggiunto con l'Agenzia delle entrate per il contenzioso fiscale da 400 milioni della controllata Banca Aletti.
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