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Carlotta Scozzari per Dagospia
Non è la prima volta che Mario Greco, amministratore delegato delle Generali, è costretto a sfoderare la spada e a combattere a duello. Gli era già capitato in Ras a metà degli anni Duemila, quando, in disaccordo con i piani della capogruppo Allianz, dove tra l'altro proprio in quel periodo stava guadagnando posizioni Enrico Tomaso Cucchiani, se ne andò praticamente sbattendo la porta.
Così come un'altra battaglia fu costretto a combatterla, nel 2007, in Eurizon, quando la fusione tra il Sanpaolo di Torino e la milanese Intesa, con l'ascesa ai vertici del gruppo di Corrado Passera, mandò a monte il suo progetto di creazione e quotazione in Borsa di un polo del risparmio gestito e amministrato.
E anche adesso il "napoletano di ferro" delle Generali, come ama chiamarlo il quotidiano economico francese "Les Echos", è impegnato in un duro combattimento. Che però, a differenza di quanto accaduto in passato, lo vede impegnato non su uno ma addirittura su tre fronti diversi. Il primo è quello internazionale. Dopo che alla fine di novembre l'agenzia di rating Standard & Poor's ha agitato lo spettro del declassamento delle Generali, in molti hanno gridato alla congiura: dallo stesso Greco, che ha parlato di "errore clamoroso", all'autorità assicurativa italiana Ivass, passando per il numero di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, che nei giorni scorsi ha attaccato duramente S&P.
Il fatto che il monito dell'agenzia di rating sia giunto proprio il giorno prima dell'incontro del management della compagnia triestina con la comunità finanziaria a Londra ha spinto i complottisti a pensare che dietro all'operazione, in qualche modo, possano nascondersi i due colossi assicurativi francese e tedesco, Axa e Allianz, che in questa fase hanno più potere contrattuale del Leone sia perché godono di rating più elevati, sia perché hanno capitalizzazioni vicine ai 50 miliardi (contro i 26 della società italiana).
Del resto, è difficile pensare che i due gruppi concorrenti possano avere gradito le velleità espansionistiche e di rafforzamento di Greco, che, a differenza di quanto fatto dal suo predecessore Giovanni Perissinotto, punta a fare tornare grandi le Generali sullo scacchiere internazionale.
Ed è collegato all'ex ad Perissinotto il secondo fronte "caldo", questa volta squisitamente interno, che rende di questi tempi più che mai nervoso il numero uno della compagnia triestina. Il fatto è che, dopo il polverone sollevato dalle operazioni irregolari - e comunque condotte senza seguire criteri di mercato - che Perissinotto e il suo ex braccio destro Raffaele Agrusti avevano concluso con gli azionisti veneti di Ferak (approdate in Procura a Trieste), si teme che, una volta scoperchiato il pentolone, possano venire a galla (una volta per tutte in maniera trasparente) le altre transazioni con parti correlate risalenti alla vecchia gestione.
Se, infatti, è innegabile che Perissinotto fosse molto vicino agli azionisti veneti di Palladio (Roberto Meneguzzo e Giorgio Drago) e Finint (Enrico Marchi e Andrea De Vido), così come alla famiglia Amenduni, è altrettanto vero che molte operazioni della vecchia gestione avevano coinvolto a vario titolo - come grandi registi e sponsor se non addirittura in veste di controparti dirette - tutti i grandi soci: da Mediobanca a De Agostini, senza escludere i gruppi Caltagirone e Del Vecchio. E siccome pare che Greco veda come fumo negli occhi le operazioni con parti correlate (che sono legali, per carità , ancorché sottoposte a una specifica disciplina), si capisce perché, in questa fase, a rendere nervoso l'ad del Leone siano anche i rapporti con gli azionisti.
Terzo e ultimo fronte incandescente per Greco è quello di Telecom Italia, la società dentro cui, nel 2007, le Generali di Perissinotto investirono insieme con Mediobanca (prima socia del Leone al 13,27%) e Intesa Sanpaolo nell'ambito di una di quelle "operazioni di sistema" che tanto andavano di moda a quei tempi e che tanti patimenti hanno causato ai bilanci di chi ne è stato protagonista. In questo caso, l'insuccesso è stato tale che i tre azionisti italiani, a settembre, hanno deciso di uscire in perdita, cedendo il testimone del controllo di Telco (la cassaforte prima socia di Telecom) agli spagnoli di Telefonica.
In particolare, sembra che l'ad del gruppo triestino sia particolarmente imbufalito per come il rappresentante delle Generali nel consiglio di amministrazione di Telecom, Gabriele Galateri, si sia schierato a favore del gruppo straniero guidato dal suo ex compagno di università Cesar Alierta. Se, infatti, il socio della compagnia di telecomunicazioni Marco Fossati, che si è messo di traverso all'operazione Telefonica, dovesse un domani promuovere un'azione di responsabilità verso l'attuale consiglio (di cui peraltro ha chiesto l'azzeramento all'assemblea del 20 dicembre), le Generali potrebbero essere chiamate in causa. E l'eventualità costituisce un pensiero non da poco per l'ad.
Insomma, tre fronti aperti e un'unica battaglia per Greco. Si vedrà se il numero uno del gruppo triestino sarà costretto a chiamarsi fuori, come accaduto in passato sia in Ras sia in Eurizon, o se invece questa volta ne uscirà vittorioso. Quel che è certo è che per lui si preannuncia un 2014 di assalto.
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