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Andrea Greco per “la Repubblica”
I nuovi conflitti sociali dell’Europa sono anche questi. Unicredit ha annunciato da mesi che intende accrescere la sua redditività, fiaccata negli anni dai tassi a zero, svalutazioni su crediti in Italia e da certe acquisizioni estere non fortunate. Gli investitori se lo aspettano, e il management sta mettendo a punto una strategia che comprende risparmi nel costo del lavoro di gruppo, da presentare nel nuovo piano industriale di novembre.
Ieri l’agenzia Bloomberg ha sparso la voce che i nuovi tagli di personale saranno più di 10mila, su un gruppo con 146mila dipendenti. Tra i sindacati si è sparso il mugugno. In Borsa invece l’azione s’è impennata dopo le indiscrezioni, chiudendo a 5,88 euro (+3,43%), un po’ meglio della media di settore: «Un calo di 10mila dipendenti avrebbe un impatto molto positivo sugli utili di Unicredit, pari a circa il 10%», ha detto Fabrizio Bernardi, analista finanziario a Fidentiis. L’azienda non ha voluto commentare i numeri.
«Non faccio nessun commento perché presentiamo il piano a novembre o comunque entro fine anno. Ci stiamo lavorando, non è il momento di parlare, non abbiamo ancora noi stessi numeri concreti», ha detto l’ad Federico Ghizzoni.
Secondo ricostruzioni di matrice sindacale, il numero finale non andrà molto lontano dai 10mila tagli usciti sull’agenzia Usa. Anzi, potrebbero essere fino a 10.300. Al calcolo, benché ancora preliminare ed eventuale, si arriva sommando 7mila uscite secche nelle controllate in Austria e in Germania, 2.700 prepensionamenti volontari o pensionamenti in Italia e l’estensione dal 2018 al 2019 del fondo esuberi, che è la modalità con cui in Italia sono gestite le uscite in maniera soft. Un anno in più di fondo, stimano i sindacati, potrebbe agevolare l’uscita di 4-500 dipendenti italiani. Mentre negli altri paesi europei, dove il fondo non c’è, la dieta dei bancari farebbe più male.
Nel piano industriale previsto a novembre Unicredit cercherà di rinforzare il capitale con un focus particolare sul taglio dei costi: eliminando duplicazioni, e accentrando alcune funzioni dall’estero al quartier generale di Milano. A Monaco, per esempio, c’è un centro per le imprese che conta 6mila dipendenti. La “questione tedesca” in Unicredit è vecchia di almeno cinque anni. Da allora, pur avendo tagliato molto i costi in Italia, Unicredit non ha mai fatto lo stesso in Germania e Austria, paesi dov’era entrata nel 2005 e dove il rapporto tra costi e ricavi supera ancora l’80% contro il 60% del dato di gruppo.
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