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Lettera di Cristiana Lauro a Dagospia
Dopo gli elefantiaci atei devoti alla Ferrara, ci mancavano solo gli esperti di vino astemi.
Stavolta Camillo Langone l’ha fatta grossa e per riempire uno delle poche (bastano e avanzano, per carità) pagine del Foglio, ha pensato bene di procurare conati di vomito ai suoi lettori con un accostamento cromatico disgustoso fra i vini bianchi senza solfiti aggiunti e un paio di mutande sporche. Bello schifo! Se l’immaginario cromatico di Langone comprende le cinquanta sfumature delle sue mutande, abbiamo risolto il problema di cosa fargli trovare sotto l’albero di Natale: un fustino di Dash.
Langone arriva fuori tempo massimo, all’alba del 2015, snocciolando la più volte dibattuta questione dei vini cosiddetti naturali, e piglia lucciole per lanterne.
Per facilitarsi il lavoro e risultare più credibile scomoda Valentini, uno dei più importanti produttori di vino italiani il quale, per inciso, produce da sempre con pochissima solforosa aggiunta, senza trattamenti alle vigne nocivi all’organismo e se ne frega di queste beghe condominiali.
Sembra evidente che Langone sia inciampato in qualche bottiglia ossidata o in vini prodotti male e non se ne sia accorto, ma sostenere che un vino senza solforosa aggiunta sia sporco, è afferrare un’iperbole che offende, nel contempo, il lavoro di molti produttori e l’intelligenza dei consumatori.
I solfiti sono dei conservanti anti-ossidanti (come i polifosfati nella mortadella per intenderci) usati da sempre in quantità ridottissime (80-100 mg/lt) e sono diventati negli ultimi anni un bersaglio facile per tutti: quelli che li vogliono eliminare completamente (anche al prezzo di qualche piccolo difetto olfattivo e/o gustativo) e chi ne sente, invece, la mancanza.
Produrre vini con pochi solfiti espone a rischi piuttosto elevati ed è probabile che Langone sia rimasto prigioniero degli errori di qualcuno poco esperto, indipendentemente dalla scarsa rilevanza del connotato cromatico.
E’ vero che fino a cinque o sei anni fa si doveva bere senza solfiti per essere ammessi nei salotti che contano e fare colpo sulle belle signore, ma da qui a rimpiangere vini monolitici coi solfiti al posto dell’anima, è come tagliarsi le palle per far dispetto alla propria moglie.
Il vero problema non è la definizione concettualmente irregolare di vino ”naturale”.
Sarebbe meglio, invece, occuparsi dei vini “innaturali”, di quello che realmente finisce in bottiglia senza che l’obbligo di menzione in etichetta faccia chiarezza sul contenuto.
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