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FATECE LARGO: I ROMANI POSSONO ANCORA ENTRARE A ROMA? E IN CHE MANIERA? IN UN LIBRO STEFANO CIAVATTA E LUCA GALOFARO RACCONTANO LA “ROMA VIETATA”: UN VIAGGIO NELLA CITTÀ ANNI ‘70 RAGGIUNGIBILE OVUNQUE IN AUTO, PRIMA DELL’AVVENTO DELLA ZTL, DEGLI ANELLI FERROVIARI, DELL'UTOPIA DELLA SMART CITY E DELLA FOLLIA DEI 30 CHILOMETRI ORARI - FOTO, ARCHIVI, CARTOLINE, RITAGLI DI GIORNALE, ANNUARI DEI VIGILI URBANI RIVELANO QUANDO I ROMANI USAVANO LE PIAZZE DEL CENTRO STORICO COME PARCHEGGI PER RAGGIUNGERE UNA CITTÀ ANCORA VIVA E DISPONIBILE, E NON ARRESA AI TURISTI - LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO AL MAXXI…

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Testo di Stefano Ciavatta pubblicato da Dagospia

 

ROMA VIETATA  Viaggio nella città raggiungibile

 

roma vietata piazza del popolo

Premessa: la città, la grande città, logora chi non ce l’ha. Senza questa certezza non si va avanti. Altra premessa: bisogna aggiornare il detto per cui “tutte le strade portano a Roma”, uno studio recente ha mappato ex novo la rete viaria dell’Impero: 299.171 chilometri, 110 mila km in più di quelli finora stimati e celebrati. Sono passati quasi duemila anni ed entrare a Roma è ancora il grande tema. Ma in quale Roma? I romani possono ancora entrare a Roma? In che maniera? Ormai gli abitanti della Roma del 2000 stanno al fondale dell’overtourism come i sindacati al capitalismo. Ma nessuno desidera Roma, muoversi a Roma, raggiungere Roma, più di chi ci vive. Non si può ignorare questo desiderio.

 

 

Con Luca Galofaro, architetto e curatore, ho lavorato al libro “Roma Vietata” (Humboldt Books), un viaggio fotografico nella città raggiungibile degli anni 70, una incursione nella Roma in movimento di ieri, oggi reportage irripetibile. La ricerca è partita da “Le piazze di Roma” di Cesare Jannoni Sebastianini (Schwarz & Meyer, 1972), testo minore rispetto ai colossi del genere, ma di agile divulgazione e felice distribuzione, sulla storia delle piazze del centro storico di Roma.

 

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Le foto illustrative di Enrico Blasi usate nel libro non raccontavano l’accesso alla composta solennità del museo a cielo aperto, fuori dal tempo, ma alla città viva, raggiunta da ogni latitudine. Tradotto: le piazze usate come parcheggi. Ecco illustrato uno dei momenti di massima confidenza dei romani della città moderna con la città storica, da Roma antica a quella medievale, dalla polis rinascimentale a quella barocca, dalla Roma settecentesca a quella umbertina, fino a salire per tutto il Novecento. La libertà di movimento dentro la Città Eterna, prima dell’arrivo delle ZTL, degli anelli ferroviari, delle isole pedonali, dell’utopia della smart city. 

 

“Roma Vietata” non è un libro sulla grande bellezza delle piazze di Roma strapazzata dalla mobilità. È un libro su quando Roma era ancora tutta raggiungibile in macchina, quando si poteva parcheggiare ovunque, e le piazze non erano solo scenografie, ma spazi d’uso quotidiano, parcheggi, luoghi attraversati, occupati, vissuti. Quando raggiungere il cuore della città era un diritto, un bisogno, una faccenda naturale, familiare, non una colpa.

 

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Da piazza del Campidoglio a piazza San Pietro, Roma era aperta e disponibile, non ancora impaurita dal proprio splendore, non ancora chiusa nelle maglie delle tutele e dei Beni Culturali. Questa accessibilità al massimo grado era mancanza di pudore, incoscienza, o fiducia eccessiva nella città che ha resistito a tutto? Una cosa è certa: da qualsiasi latitudine della mappa cittadina era possibile arrivare a ridosso della pietra dell’Urbe, e questa disponibilità era vissuta come un'estensione dello spazio della vita quotidiana a Roma.

 

 

Una confidenza che durerà ancora per decenni, e con cui è cresciuta, di cui si è nutrita qualsiasi espressione prodotta dalla città. Quale confidenza sorgerà da un centro radicalmente disanimato e svuotato? Questo libro non è un’operazione nostalgica: sognare una restaurazione sarebbe anacronistico. Non è nemmeno una denuncia per l’horribile visu delle lamiere. Oggi Roma è altrettanto ingolfata e nascosta dai pedoni del turismo, sempre più convinti di muoversi in un fondale sterilizzato, sradicato dalla comunità degli abitanti. Le città non sono giganteschi taxi, con Roma là fuori come fondale da cartolina, da cui scendere e salire con un clic. Lo crede il cittadino globale, ultimo arrivato, che tale vuole restare perché gli fa comodo. La città va raggiunta, ma non in maniera asettica; bisogna sbatterci addosso.

 

roma vietata altare della patria

 

Piuttosto, è un libro su un cortocircuito ancora attivo.  Pur tra tutte quelle lamiere, ti veniva incontro una città più vissuta che consumata, impossibile da esaurire in 15 minuti, o da ridurre negli scenari perfetti ma irreali dei percorsi prestabiliti. Arrivare, sostare, ma anche andarsene era un diritto concreto. Oggi sei solo un visitatore in transito, obbligato a muoverti dove la città decide. Anche la casualità del parcheggio conteneva una caccia al tesoro: ogni piazza, vicolo o via secondaria, diventava un’occasione per scoprire la città, non per questo minore.

 

 

Le piazze piene di macchine di Blasi vengono anche da un cambiamento di percezione immortalato 15 anni prima dal fotografo americano William Klein. Klein ha spezzato la stasi dettata dalla classicità e dal rigore della pietra. Ha detto a tutti - ma proprio tutti - che si poteva arrivare in velocità anche davanti a quel fondale secolare percepito come familiare ma immobile.

 

Che dall’arcipelago della nuova Roma, e quella che sarebbe arrivata nei decenni successivi, ci si poteva cercare, ricongiungersi, unirsi, farsi città, questa città, partendo dalle sue fondamenta.

roma vietata piazza colonna

 

Scrive Galofaro: “È per questo che quelle immagini ci sembrano oggi assurde: automobili sotto le basiliche, sulle piazze, a ridosso delle fontane. Pensiamo sia uno scempio, un’invasione. Ma allora — in quel momento — non lo era. Era semplicemente un'altra condizione della città. Un’altra epoca che si aggiungeva a tutte le altre. Roma, che ne aveva viste di peggio e di meglio, accettava anche quello”.

 

 

Cosa resta di questa Roma mobile e confidenziale, immortalata nelle foto di Enrico Blasi? Come è possibile preservare un’attitudine simile, legata allo sviluppo stesso della città metropolitana? È un discorso che vale per tutte le città, non quelle invisibili di Italo Calvino, stilizzate e impalpabili, un raffinato gioco semiotico di carta, una promessa di città non mantenuta.

 

La reale fisica distanza dell’arcipelago della Roma moderna, la porosità del territorio e persino il distacco - Roma è fatta di vuoti, di soglie, di improvvise discontinuità del tessuto urbano - non hanno impedito il bisogno fisico di cercare di arrivare sotto le pietre del cuore dell’urbe, perché arrivarci ha fatto parte dell’elastico di cui si è nutrita la mobilità romana. Per paradosso, l’incursione di “Roma Vietata” guarda al futuro di Roma attraverso quello che le è stato vietato.

 

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