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GRAZIE A TRUMP, ORA L’IRAN CI TIENE PER LE PALLE – COSA ASPETTARSI DAI COLLOQUI DI ISLAMABAD TRA USA E IRAN? L’AMBASCIATORE STEFANINI: “ENTRAMBI HANNO CONCLUSO CHE PROSEGUIRE LA GUERRA HA UN COSTO TROPPO ELEVATO. ED ENTRAMBI DEVONO POTERSI DICHIARARE VINCITORI. MA PRIMA DELLA GUERRA IL PROBLEMA HORMUZ NON ESISTEVA. L'HA CREATO TRUMP, DANDO A TEHERAN IL FORMIDABILE ASSO NELLA MANICA AI NEGOZIATORI IRANIANI. RICONOSCERE UN DIRITTO DI PEDAGGIO SULLO STRETTO RENDEREBBE L'IRAN PADRONE DEL GOLFO.…”
Estratto dell’articolo di Stefano Stefanini per “la Stampa”
nave attraversa lo stretto di hormuz
Al sollievo per il cessate il fuoco è subito subentrata la confusione. La tregua è parziale, lo Stretto non si riapre, Israele continua la guerra contro Hezbollah in Libano, gli attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo si sono trascinati.
Unico elemento certo è la volontà di trattare sia di Washington che di Teheran, pur nel disaccordo sulla base da cui cominciare a negoziare. Iraniani e americani ne offrono versioni diverse.
Nessuno dei due minaccia però di disertare Islamabad. Con un diverso calcolo costi-benefici, entrambi hanno concluso che proseguire la guerra ha un costo troppo elevato […]
Inoltre, entrambi devono potersi dichiarare vincitori – l'hanno già fatto prima di cominciare. Cosa aspettarsi dunque da Islamabad? Al meglio, consolidamento della tregua e Stretto aperto alla navigazione mentre il negoziato continua. La trattativa sarà infatti complessa e lunga, sullo sfondo di fortissime tensioni se non di ripresa delle ostilità che Trump ha già minacciato: «Se non c'è accordo si riprende a sparare».
[…] Dal canto suo, Teheran non si presenta a Islamabad come parte sconfitta ma potenza che ha resistito. Con richieste concrete: garanzie di non essere nuovamente attaccata, riparazioni di guerra, rimozione delle sanzioni; sottinteso, basta eliminazione sistematica della leadership politica e militare.
I padroni dell'Iran non si accontenteranno di un'intesa politica ma vorranno negoziare ogni dettaglio e virgola del futuro accordo, mettendo a dura prova la (mancanza di) pazienza di Donald Trump. Come già avvenuto nei due precedenti negoziati Usa-Iran mediati dall'Oman, interrotti prematuramente dall'intervento militare americano. […]
Alla trattativa bilaterale, con mediazione pakistana, non partecipano attori che subiscono le conseguenze della guerra e della crisi energetica-economica: Europa, Cina, Russia, India. Non presenti neppure i vicini regionali pur direttamente coinvolti. Israele, cobelligerante. La guerra finisce solo se e quando anche Gerusalemme smette di farla.
benjamin netanyahu donald trump mar a lago 2
Celando la malavoglia, Netanyahu si è accodato alla tregua con l'Iran, ma ha subito intensificato l'offensiva contro Hezbollah dicendo che non si applicava al Libano. Iran e mediatori pakistani l'hanno prontamente smentito; da parte americana ha avuto un contorto supporto.
Quindi continuava la "sua" guerra. Può far saltare il cessate il fuoco, così come aveva convinto Trump a iniziare la guerra? No, tant'è che ieri ha fatto un mezzo passo indietro.
Non dimentichiamo il commento attribuito a Bill Clinton dopo un incontro con Bibi, allora giovanissimo premier: «Chi si crede di essere la superpotenza?».
jd vance donald trump prima riunione del board of peace foto lapresse
Le monarchie del Golfo, alleati importanti degli Usa, oggetto di una guerra che non volevano ma che ora temono lasci un Iran più aggressivo di prima, colpite severamente in esportazioni ed economie, vedono sul tavolo delle trattative le richieste iraniane di controllo dello Stretto di Hormuz.
A parte il pesantissimo precedente – sono acque internazionali – è per loro un cordone ombelicale, la via all'Oceano Indiano, all'Asia, all'Africa.
Prima della guerra il problema Hormuz non esisteva. L'ha creato Donald Trump. Dando all'Iran il formidabile asso nella manica con cui i negoziatori iraniani, lo speaker del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, e il ministro degli Esteri, Abbas Araghhi, pur prostrati militarmente, si sentono in grado di porre condizioni alla fine della guerra.
stretto di hormuz - petrolio e gas
Le richieste di partenza sono massimaliste – equivalgono ad aggiungere un dollaro a barile sul petrolio in transito – ma hanno un nocciolo geo-economico duro, col coltello dalla parte del manico.
Il vice presidente americano JD Vance, fiancheggiato dagli infaticabili Steve Witkoff e Jared Kushner, ha un compito difficile. Deve portare a casa quanto era in negoziato prima della guerra: rinuncia iraniana al programma nucleare, trasferimento dei 500 chili di uranio arricchito, limitazione delle capacità missilistiche. È il minimo sindacale.
In più adesso c'è la riapertura di Hormuz. Ha pochi margini di manovra. Riconoscere un diritto di pedaggio renderebbe l'Iran padrone del Golfo. Rimozione o alleggerimento delle sanzioni?
steve witkoff - tahnoon bin zayed al nahyan - jared kushner
La minaccia di guerra era la leva più potente in mano americana. Lo è ancora ma di seconda mano. E, a Washington, Vance era il più avverso a ricorrervi. Nei corridoi di Islamabad corre voce che gli iraniani abbiano insistito per negoziare con lui.
Forse non solo perché è Vice Presidente.
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