DAGOREPORT – CHE SUCCEDERA' ALLA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE QUANDO VERRA' RIPRESENTATA ALLA…
LA GUERRA IN UCRAINA NON È COMINCIATA NEL 2014, CON L’OCCUPAZIONE DELLA CRIMEA E I BOMBARDAMENTI IN DONBASS, MA NEL 1994. È L’ANNO IN CUI VIENE FIRMATO IL MEMORANDUM DI BUDAPEST, E KIEV È COSTRETTA A CEDERE ALLA RUSSIA 1900 TESTATE NUCLEARI - IN CAMBIO, OTTIENE LA GARANZIA CHE I SUOI CONFINI SAREBBERO STATI RISPETTATI E LA SUA SOVRANITÀ MANTENUTA. NON È SUCCESSO, E DEL VECCHIO ARSENALE ATOMICO ORA RIMANE UN MUSEO, CHE OSPITA MISSILI SVUOTATI E VIKTOR, UN UOMO TRA REDUCE E CIMELIO: FINO A 32 ANNI FA ERA L’UOMO CHE AVREBBE DOVUTO PREMERE IL BOTTONE PER I LANCI ATOMICI. ORA FA LA GUIDA PER I TURISTI (E VUOLE COSTRUIRE UN MURO TRA UCRAINA ED EUROPA) – IL REPORTAGE
Estratto dell’articolo di Micol Flammini per “il Foglio europeo”
Quando uno dei posti più segreti del mondo diventa un museo, vuol dire spesso che la nazione che svela i propri misteri ha perso una guerra, una sfida, oppure è cambiata e di zone occulte non ha più bisogno, è risolta, in pace.
Non è il caso del Museo delle forze missilistiche strategiche dell’Ucraina, sorto sul posto di comando unificato da cui si potevano lanciare attacchi nucleari, uno dei luoghi più segreti del paese quando era parte dell’Unione sovietica e che avrebbe potuto rimanere tale se a Kyiv non fosse stato teso un inganno.
Il museo è oggi il luogo di una guerra passata senza più veli e di una guerra in corso che si sarebbe potuta evitare anche partendo da qui. Il Museo delle forze missilistiche strategiche mette in mostra la storia di Kyiv prima del Memorandum di Budapest, quando il 5 dicembre del 1994 l’Ucraina cedette alla Russia millenovecento testate nucleari, ottenendo in cambio la garanzia che i suoi confini sarebbero stati rispettati, la sua sovranità mantenuta e i custodi di questa promessa erano Mosca, Washington e Londra.
museo delle forze missilistiche strategiche dell’ucraina 9
Kyiv deteneva circa un terzo delle armi atomiche dell’Unione sovietica, credendo al Memorandum e ai suoi firmatari, accettò di spogliarsi di tutto. A Lukashivka, sulla terra brulla del museo, ci sono missili enormi, tunnel che non hanno più segreti, pannelli di controllo veri o ricostruiti, un lanciatore semiaperto, mappe che mostrano il passato, e foto sbiadite.
La storia del Memorandum [...], della promessa trasformata in bugia, si concentra in questo spazio di cimeli un tempo minacciosi ma che oggi non mordono più. E fra questo cumulo di metalli esposti alle intemperie, che sorgono fieri ed enormi come a ricordare che l’Ucraina è stata anche questo, si aggira Viktor, che conosce il posto da quando un bottone avrebbe potuto cambiare il destino dell’umanità e il dito pronto a premerlo era il suo.
Indossa ancora la mimetica, quasi si tenesse pronto nel caso in cui Lukashivka tornasse a essere il posto di comando unificato che fu. Viktor fuma, spegne una sigaretta e ne accende un’altra, è una centrifuga di nicotina.
Di quello che le autorità ucraine dicono della guerra con la Russia non crede a nulla: “Noi ucraini siamo stati ingannati, dovremmo fare come fa Trump in Messico: costruire un muro ai nostri confini”, dice con un livore che sprizzerà come un veleno durante quasi tutta la visita. L’ingenuità porta a pensare che Viktor vorrebbe un muro lungo millecinquecento settantasei chilometri, una frontiera dura, invalicabile, alta, inscalfibile che avrebbe potuto evitare l’invasione russa.
museo delle forze missilistiche strategiche dell’ucraina 7
“Con voi dovremmo farlo il confine, sì, proprio con voi europei, per tenervi lontani”. Eccolo Viktor, si svela, si racconta in una frase, dall’inizio della conversazione: il problema siamo noi, in modo particolare i tedeschi. Mentre il suo paese perde vite a causa dei missili che vengono da oriente, lui guarda a occidente e sembra che dallo spazio in cui ci troviamo, sepolto dal Memorandum di Budapest, lui non sia mai uscito.
E’ la guida più esperta del posto, ne ha scritto la storia, promette di non parlare di politica, ma vuole parlare soltanto di politica. A volte si scusa, ma poi ricomincia, si offende quando un’altra guida, Nazar, subentra al suo posto, forse mandata dai curatori del museo che sembrano tollerare poco le uscite di Viktor, ma lo considerano indispensabile per spiegare questo posto perso nel tempo.
museo delle forze missilistiche strategiche dell’ucraina 6
Anche Nazar è un veterano, non la pensa come Viktor, ma ammette: “Nessuno sa raccontare questa storia meglio di lui”. Per tutti qui, Viktor è un cimelio, un po’ come il grandissimo Satan che cattura l’attenzione subito, appena si entra nel parco che circonda il museo. Il Satan è un missile balistico intercontinentale sovietico, il suo compito sarebbe stato distruggere i silos sotterranei protetti degli Stati Uniti: “Non esiste più un missile così pesante e neppure così grande, se lo metti dritto è come un palazzo di almeno dieci piani”.
Il Satan che inerte giace steso sembra così antico da non mettere neppure paura, eppure era fra i missili incaricati di dare inizio alla Terza guerra mondiale. Per Viktor rappresentava un’assicurazione sulla vita, sulla grandezza, sulla forza dell’Ucraina.
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Dopo il Memorandum di Budapest, il sito di Lukashivka e la città vicina di Pervomaisk sono passati a essere dai posti più protetti dell’Ucraina ai posti più dimenticati. L’accordo non lasciò soltanto Kyiv con il problema di cedere a Mosca le sue testate e di conferire al Cremlino il ruolo di unico erede della potenza nucleare sovietica, ma anche con la difficoltà di dover distruggere e smaltire parte del materiale che non poteva essere trasferito a Mosca.
Alcuni missili vennero ripuliti, alcuni silos vennero fatti esplodere, così fra trasferimenti ed esplosioni, l’Ucraina perse una garanzia di sicurezza.
Il museo è pieno di visitatori, sono soprattutto famiglie giovani, gli ucraini arrivano in pellegrinaggio a immaginare quello che sarebbe potuto accadere. Guardano i missili, i computer dell’epoca, come si osserva un bivio. “Pensi che ci sarebbe la guerra se non avessimo chiuso questo posto?”, domanda Viktor.
museo delle forze missilistiche strategiche dell’ucraina 10
E’ convinto, come insegna Mosca, che gli ucraini siano bistrattati in giro per il mondo, che siano usati come pedine e in ciò che rimane del suo vecchio posto di lavoro vede presa a schiaffi la dignità del paese. I suoi toni si placano quando scendiamo sottoterra, nei corridoi nascosti dentro a un cilindro largo tre metri e profondo trentatré. Viktor si trasforma.
“Ogni giorno cambiava la parola segreta per accedere al posto di comando, ve-nivano abbinate una città e una cifra”.
Prende il telefono, come ha fatto per una vita, lo sgancia, simula la conversazione.
“Ci hanno dato il permesso, possiamo andare avanti”, inizia a camminare e si volta: “Se sbagliavi, rischiavi la vita”. Il Viktor che si muove nei territori sotterranei del suo passato è un uomo serio, rigoroso. Prendiamo l’ascensore e scendiamo ancora più in profondità, fino a una stanzetta angusta con due letti.
Siamo nel cuore della terra, Viktor mostra il bollitore per il tè, le tazze dell’epoca e racconta: “Quando c’era il cambio turno, chi arrivava doveva far trovare il tè pronto a chi andava via. Li aspettavamo qui – e si siede sulla coperta blu di feltro con la tazza in mano – salutavamo e poi andavamo al nostro posto”. Lascia la tazza e si inerpica per una scaletta. E’ nel suo mondo, è nel suo passato.
CLINTON, ELTSIN, KRAVCUK - MEMORANDUM DI BUDAPEST TRA RUSSIA E UCRAINA - 1994 -
Bisogna seguirlo, senza fargli domande. Ha già preso posto al pannello di controllo, è lì immerso fra i tasti, con un sorriso che sembra un graffio in mezzo alla faccia, una smorfia di tristezza camuffata da tenerezza. Cede la sedia con un avvertimento che invoca rispetto: “Questo – dice indicando il pannello – era il mio pane”. E’ in maniche corte nella stanza gelida senza arredi con la luce artificiale sparata addosso. Era il primo ufficiale, era lui che dava gli ordini al suo secondo.
[...] Viktor trascorreva la giornata così: arrivava la telefonata e iniziava la prova.
All’infinito, per sei ore di fila, ogni giorno, ripeteva come se stesse accadendo sul serio, convulsamente, l’inizio della Terza guerra mondiale. Ogni volta che il telefono squillava, lui ascoltava i codici e non sapeva se sarebbe stata ancora un’esercitazione o un ordine, se sarebbe mai uscito da quel cilindro piantato nel cuore della terra ucraina o se il mondo fuori sarebbe stato irraggiungibile per sempre.
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L’impressione è che a lui non importasse di uscire, quella stanza minuscola gli bastava. Ha vissuto così per anni, senza sapere cosa sarebbe accaduto a ogni tasto premuto, a ogni ordine ricevuto o impartito. Ogni giorno, più volte al giorno, ha vissuto la simulazione del disastro, il teatro atomico, pensando che potesse essere vero. Investito di un compito gravoso, oggi è il custode di quel che resta dopo il Memorandum di Budapest: una teca dell’inganno.
E’ così che funziona la garanzia di sicurezza più spaventosa del mondo, resta garanzia fino a quando non diventa realtà. Viktor cammina veloce, è agilissimo, “non sono una guida, io racconto la mia vita”, rivendica.
E’ nella ripetizione della finzione che vuole vivere.
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