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CENCELLI FOREVER – FILIPPO CECCARELLI: “SE N’È ANDATO ANCHE IL CAVALIER CENCELLI, ARTIGIANO E INGEGNERE DEL POTERE DC. SARÀ L'ETÀ, SARÀ L'INCERTEZZA, LA RAPACITÀ; SARANNO I TEMPI CATTIVI E QUEL PO' PO' DI APOCALITTICO CHE SI TRASCINANO DIETRO, MA COME MOLTE PERSONE E COSE DEL PASSATO VIENE SPONTANEO RIVALUTARE LOGICHE POLITICHE CHE, COME LA LOTTIZZAZIONE, COMPORTAVANO UNA QUALCHE FORMA DI EQUITÀ PERFINO MATEMATICA. DI QUESTA TEMPERIE CENCELLI È STATO MOLTO PIÙ DI UN TESTIMONE. UN BILANCIERE UMANO, FORSE, UN CONTABILE DELLA VITA PUBBLICA...”

Estratto dell’articolo di Filippo Ceccarelli per www.repubblica.it
Se n'è andato a novant'anni anche il Cavalier Cencelli, artigiano e ingegnere del potere Dc; e nel tempo dell'algoritmo, dei capricci presidenziali e della cialtroneria maggioritaria ci si sente autorizzati a pensare che quel suo affidarsi alla potenza del numero assuma un significato particolare e imponga qualche riflessione [...] .
Ben due edizioni, fra la Prima e la Terza Repubblica (Editori Riuniti 1981 e Aliberti 2016), ha avuto il celeberrimo manuale che prendeva il nome di Massimiliano Cencelli e che in realtà, con un testo del giornalista Renato Venditti, era costituito da una serie di fogli sparsi, una sorta di Excel ante litteram, su cui quest'uomo che più democristiano non avrebbe potuto dirsi aveva calcolato il valore ponderale di ogni ministero affinché nella spartizione del comando – dominio o bottino che fosse – ogni corrente dello Scudo crociato restasse appagata del suo, per gli equilibri, la gloria e la saldezza del Gran Sinedrio Bianco.
Tale compito gli venne affidato nel fatidico Sessantotto, per la precisione tra la fine del terzo governo Moro e il secondo Leone, da Adolfo Sarti, di cui egli era il segretario particolare, per conto della corrente allora più piccoletta ed effimera, quella dei tavianei, anche detti “pontieri” tra la sponda dorotea e le sinistre.
Cencelli si dedicò ai suoi calcoli con scrupolo recando il suo più inconsapevole e duraturo tributo alla scienza proporzionale: ogni poltrona aveva un suo potenziale vantaggio elettorale, ciò che è rimasto pari pari anche oggi. Sarti, che era simpatico e civettuolo, prese a vantarsene innalzando quelle cifre a manuale, ma a pensarci bene ora che tutto è affidato alle smanie, alle gelosie, alle invidie e alle paturnie dei leaderoni, poteva promuoverle a teorema.
Alla metà degli anni 70, quando il potere della Dc cominciò ad essere visto come un tristo ingombro – si pensi al “processo” invocato da Pasolini – quella infame metodologia contabile venne sommersa di disprezzo e dileggio. Fu allora che Giulio Andreotti lo qualificò “un libro da dimenticare”, anche se con sublime sottigliezza volle aggiungere una chiosa che certo contribuì a eternizzare il manuale Cencelli: “Purché se ne dimentichino tutti”.
Ciò che non avvenne, con il risultato che a inizio millennio, a proposito di certi guai in cui tanto per cambiare versava il centrosinistra, fra liti, rancori e ricerca del leader Giuliano Amato arrivò a riconoscere: “Per redimerci, dobbiamo fare ciò che ci hanno insegnato pensatori come Rawls e pratici intelligenti come Cencelli” - gagliardissima coppia di fatto.
Era un tipo simpatico, sicuro di sé, intelligente e senza pigne in testa, come si dice a Roma delle persone che sanno stare al loro posto. Molto romano, appunto, di ascendenza papalina, nipote di un aiutante di Leone XIII e figlio dell’autista di Pio XII. Da quel mondo, secondo Bartolo Ciccardini, aveva ereditato “il senso della caduta degli imperi e delle posizioni politiche, quel pratico scetticismo atto a risolvere i più complicati problemi”. Può darsi.
Non era difficile [...] sentirlo tessere l'elogio della frugalità degli albori, in particolare di De Gasperi: “A 50 metri da casa mia, in via Bonifacio VIII, di fronte alla cupola di San Pietro, abitava un certo Alcide De Gasperi. Viveva lì in affitto, non aveva casa di proprietà. Usciva a piedi, si fermava in drogheria, prendeva un filone di pane e si faceva incartare la mortadella. Poi portava la figlia a farsi rifare la suola delle scarpe dal calzolaio. Questo – scandiva alzando fieramente il tono di voce - era Alcide De Gasperi”.
Per quanto l'aspetto lo facesse personaggio – occhi vivi e mobilissimi, una ricca calotta di capelli sul capo e specialmente un curioso tic che gli faceva scrocchiare la mascella, effetto ventriloquo – il Cavalier Massimiliano Cencelli era e resta tuttora difficile da collocare nell'ambito non solo del folclore, ma pure del semplice ricordo.
Sarà l'età, sarà l'incertezza, la rapacità; saranno i tempi cattivi e quel po' po' di apocalittico che si trascinano dietro, ma come molte persone e cose del passato viene spontaneo rivalutare logiche politiche che, come la lottizzazione, comportavano una qualche forma di equità perfino matematica. Di questa temperie Cencelli è stato molto più di un testimone. Un bilanciere umano, forse, un contabile della vita pubblica e la Storia, in fondo, non è che non sappia valutare l'importanza di queste figure.
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