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I VIP COL PENNELLO SEMPRE IN TIRO - DA PASOLINI A DAVID BOWIE, DA PAUL MCCARTNEY A SHARON STONE, C'È UNA LUNGA LISTA DI MUSICISTI, SCRITTORI, ATTORI CHE, A UN CERTO PUNTO DELLA LORO VITA, HANNO INIZIATO A DIPINGERE - IL RACCONTO DI MIMMO DI MARZIO NEL LIBRO "GLI INSOSPETTABILI": LA PITTURA RAPPRESENTA UNA FUGA DALLA PERFORMANCE PUBBLICA DEL SÉ. MOLTI DI QUESTI LAVORI NON HANNO UN GROSSO VALORE ARTISTICO: SONO INFANTILI, ISTINTIVI E IMPERFETTI. L'OBIETTIVO NON È IL VIRTUOSISMO O LA BELLEZZA, MA UNA SPECIE DI "DISARMO EMOTIVO"...
Estratto dell'articolo di Germano D'Acquisto per www.gqitalia.it
GLI INSOSPETTABILI - MIMMO DI MARZIO
Gli insospettabili, il nuovo libro di Mimmo Di Marzio in uscita a maggio per Giunti Editore, unisce grandi vip e arte in un racconto assolutamente inedito. Ad un tratto della loro esistenza, infatti, accade quasi sempre la stessa cosa: smettono di fidarsi completamente delle parole, della musica, della politica o del cinema. E allora iniziano a dipingere.
Non per cambiare carriera. Non per diventare artisti visivi a tutti i costi. Piuttosto per cercare una zona mentale meno esposta, meno pubblica, meno controllabile. È da questa crepa inattesa nella biografia dei grandi personaggi del Novecento che nasce Gli insospettabili: da Goethe a David Bowie. Ed è sinceramente difficile immaginare un titolo più azzeccato. Perché il libro funziona proprio così: come una specie di archivio parallelo delle vite segrete della celebrità occidentale.
Non i grandi artisti che occasionalmente scrivono o cantano, ma il contrario: scrittori, musicisti, attori e politici che a un certo punto sentono il bisogno quasi fisico di passare attraverso la pittura. Non per hobby. Non per marketing culturale. Per purissima necessità.
david bowie e il un suo quadro
Il volume firmato da Di Marzio, giornalista e critico d’arte, è molto più interessante di una semplice raccolta di curiosità. Perché dietro gli acquerelli malinconici di Hermann Hesse, i ritratti espressionisti di David Bowie, i paesaggi di Winston Churchill o i dipinti astratti di Sharon Stone, emerge una domanda molto contemporanea: perché chi domina il linguaggio sente spesso il bisogno di fuggirne?
Forse perché la pittura, rispetto alla scrittura o alla fama pubblica, offre qualcosa di rarissimo: una zona franca. Lo aveva capito benissimo Dino Buzzati, che nel libro appare quasi come il patrono spirituale di tutti questi outsider del pennello.
paul mccartney e i suoi quadri
“Sono un pittore, ma nessuno mi crede”, scriveva con una punta di amarezza. Ed è una frase perfetta, perché racconta il problema centrale di questi artisti paralleli: le etichette. Se sei Bowie devi restare Bowie. Se sei Fellini devi restare Fellini. Se sei McCartney il mondo ti vuole ancora dentro i Beatles anche quando stai dipingendo cuori giganteschi influenzati da Jean-Michel Basquiat.
La pittura, in questi casi, sembra funzionare come una fuga dalla performance pubblica del sé. Ed è curioso notare come molti di questi lavori abbiano qualcosa di profondamente infantile, istintivo, persino imperfetto. Non cercano quasi mai il virtuosismo tecnico. Cercano piuttosto una specie di disarmo emotivo.
Henry Miller lo diceva apertamente: “Dipingo per non impazzire”. E forse è la definizione più onesta dell’intero libro. Perché in fondo la pittura, per questi personaggi, non serve tanto a produrre opere quanto a riequilibrare identità troppo esposte. È una forma di respirazione mentale.
Il caso di Pier Paolo Pasolini è emblematico. Disegna continuamente, ma quasi in segreto. Non espone. Non costruisce un personaggio artistico parallelo. I suoi ritratti ossessivi di Roberto Longhi — realizzati poco prima della morte — sembrano piuttosto un tentativo disperato di dialogare con una figura paterna simbolica. Disegno come psicanalisi visiva.
Stesso discorso per Giovanni Testori, che intreccia fisicamente scrittura e immagine fino a farle collassare una dentro l’altra. Le teste del Battista che invadono i manoscritti di Erodiade sembrano quasi una performance ossessiva più che un esercizio artistico. Come se a un certo punto le parole non bastassero più a contenere il corpo.
[...] Vale per Johann Wolfgang von Goethe che durante il viaggio in Italia disegna compulsivamente paesaggi e architetture. Vale per Federico Fellini, i cui celebri disegni erotici sembrano storyboard mentali usciti direttamente dal subconscio. Vale perfino per Bob Dylan, che riesce nell’impresa quasi impossibile di entrare nella scuderia di Larry Gagosian con i suoi paesaggi americani alla Hopper.
E poi naturalmente c’è David Bowie. Forse il più inevitabile di tutti. Perché guardando i suoi dipinti espressionisti viene spontaneo pensare che Ziggy Stardust fosse già, in fondo, una forma di pittura performativa. Bowie non separa mai davvero musica, immagine, corpo e rappresentazione. Dipinge esattamente come costruiva i suoi personaggi: deformando identità.
Il libro di Di Marzio ha il merito di non trasformare tutto questo in semplice gossip culturale. Non siamo davanti alla collezione eccentrica dei “vip col pennello”. Piuttosto davanti a una specie di atlante psicologico della creatività contemporanea. Anche perché la domanda resta aperta fino all’ultima pagina: cosa cercano davvero queste persone davanti a una tela?
Forse una dimensione dove fallire è ancora concesso. Dove non serve essere geniali ogni volta. Dove il talento può tornare vulnerabile, persino goffo. In un mondo che trasforma continuamente gli artisti in marchi perfettamente riconoscibili, la pittura sembra offrire loro uno spazio opaco, laterale, quasi clandestino. [...]
quadri di bob dylan
winston churchill dipinge
david bowie alla sua prima mostra
dipinto di dario fo
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