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L’ETIOPIA ORDINA, IL GOVERNO MELONI ESEGUE – IL RICHIAMO IN PATRIA DELL’AMBASCIATORE SEM FABRIZI DOPO SOLI DIECI MESI È UN GRAVE E PERICOLOSO PRECEDENTE CHE INDEBOLISCE L’ITALIA – IL COMMENTO DI GIUSEPPE MISTRETTA, EX AMBASCIATORE AD ADDIS ABEBA: “È UN PO’ COME AVVIENE CON GLI ALLENATORI DI CALCIO MANDATI VIA QUANDO I RISULTATI NON ARRIVANO, IN QUESTO CASO IL TIFOSO INSODDISFATTO È IL PREMIER ABIY AHMED – L’ETIOPIA È IL MAGGIOR BENEFICIARIO DEL PIANO MATTEI, GRAZIE AL QUALE HA RICEVUTO UN PROFLUVIO DI FINANZIAMENTI, ALCUNI DEI QUALI CONTROVERSI – GIÀ DA INIZIO ANNO IL GOVERNO ETIOPICO LAMENTAVA CERTE ‘RIGIDITÀ’ DEL DIPLOMATICO SU ALCUNI DOSSIER BILATERALI…” – IL DAGOREPORT

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DAGOREPORT – COME SI È ARRIVATI AL CLAMOROSO SCAZZO DIPLOMATICO CON L’ETIOPIA? BISOGNA TORNARE AL 2024, QUANDO IL PREMIER DI ADDIS ABEBA, ABIY AHMED, AIUTA GIORGIA MELONI A CONVINCERE L’UNIONE AFRICANA A FIRMARE IL PIANO MATTEI...

 

 

https://www.dagospia.com/politica/dagoreport-come-si-arriva-clamoroso-scazzo-diplomatico-l-etiopia-bisogna-484514

 

 

Articolo di Giuseppe Mistretta, ex ambasciatore in Etiopia, per www.nigrizia.it - Estratti

 

Giuseppe Mistretta

Dopo soli dieci mesi dall’inizio del suo mandato (novembre 2025), l’ambasciatore in Etiopia Sem Fabrizi è stato richiamato a Roma per termine della sua missione. Un po’ come avviene con gli allenatori di calcio mandati via quando i risultati non arrivano; in questo caso il tifoso insoddisfatto è stato il governo etiopico, ed in particolare il suo primo ministro Abiy Ahmed, a cui il nostro esecutivo, per quieto vivere, non ha opposto resistenza.

 

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L’Etiopia però è un paese troppo importante in Africa perché un richiamo di un ambasciatore, mai avvenuto prima nelle relazioni bilaterali fra Roma e Addis Abeba, passi sotto silenzio.

 

[...]

 

sem fabrizi

Basti pensare alle difficoltà del dialogo bilaterale al tempo della dittatura marxista di Menghistu; al periodo del suo “terrore rosso” che provocò oltre 500.000 vittime innocenti; alle oscure vicende delle deportazioni forzate nella regione del Tana Beles, in cui l’Italia fu in qualche modo coinvolta; all’ospitalità concessa per circa 30 anni nel compound diplomatico italiano agli ex gerarchi del regime sanguinario di Menghistu, per sottrarli ad una sicura pena di morte dopo la sua caduta (quello sì davvero un grave irritant nelle relazioni diplomatiche con il governo di Meles Zenawi).

 

Giorgia Meloni e primo ministro etiope Abiy Ahmed

Malgrado quelle fasi drammatiche, in cui Italia ed Etiopia non si trovavano proprio sulla stessa lunghezza d’onda, nessuno si sognò mai di chiedere il richiamo dell’ambasciatore italiano, né da parte di Addis Abeba, né da parte dei nostri governi del momento.

 

Il rapporto prioritario fra le due capitali era considerato al di sopra delle tempeste passeggere, per quanto irritanti esse fossero, ed i rispettivi Capi Missione erano destinatari del massimo riguardo professionale, sebbene potessero risultare poco gradevoli i loro messaggi, il loro modus operandi, certe reciproche rigidità.

 

sem fabrizi

Cosa possa avere fatto l’ambasciatore Fabrizi di così grave ed irreparabile, da meritare il benservito prima ancora dello scadere di un anno (rispetto ai 4 abituali), non è dato sapere con precisione.

 

In un comunicato diffuso alla stampa, la Farnesina ha spiegato che nella difficile situazione etiopica, dove persistono scontri etnici in tutto il territorio statale, non è scattata la “chimica” giusta fra il nostro diplomatico e autorità di accreditamento.

 

Basta questo per sollevare un Capo Missione dal proprio incarico? Gli ambasciatori devono compiacere le autorità del paese di accreditamento, anche quando si è di fronte ad autocrazie, o alle cosiddette “democrature”?

 

Giorgia Meloni e primo ministro etiope Abiy Ahmed

Più che per un singolo episodio, fin dal primo momento il nuovo Capo Missione italiano non è piaciuto alle autorità etiopiche per un insieme di fattori, fra cui un irrigidimento di certe procedure, ed una attenzione personale sullo scarso rispetto dei diritti umani nel paese, purtroppo un dato oggettivo.

 

Il primo ministro Abiy decise nel 2020 l’avvio di una guerra civile nella regione del Tigray, che provocò, nel silenzio generale delle diplomazie (fra cui la nostra) 600.000 morti in due anni, ed innumerevoli violenze, molte delle quali in danno delle donne del paese.

 

URSULA VON DER LEYEN E GIORGIA MELONI - VERTICE SUL PIANO MATTEI PER L AFRICA - FOTO LAPRESSE

Malgrado le responsabilità di Addis Abeba nel conflitto in Tigray (da dividere al 50% con gli stessi tigrini) e nonostante le repressioni del governo etiopico nelle regioni Amhara e Oromo, dove da quattro anni agiscono milizie armate locali separatiste, l’Etiopia è uno degli interlocutori prediletti del nostro governo in Africa.

 

La presidente del Consiglio è personalmente grata al premier Abiy Ahmed perché è lui ad avere reso possibile ad Addis Abeba, nel febbraio di quest’anno, durante l’Assemblea ordinaria dell’Unione Africana, il secondo Summit Italia-Africa coi capi di Stato e di governo del continente, convinti ad accettare l’inedito “fuori-programma” proprio dal primo ministro etiopico: un unicum mai verificatosi prima che ha suscitato l’invidia dei vari Macron, Merz, Sanchez, a cui questo onore non è stato finora consentito (ma neanche a Trump, a Xi Jinping e a Putin, per la verità..)

 

Giorgia Meloni e primo ministro etiope Abiy Ahmed

L’Etiopia è il maggior beneficiario del Piano Mattei, grazie al quale ha ricevuto un profluvio di finanziamenti, alcuni dei quali controversi, come i circa 30 milioni di euro complessivi per la bonifica del Parco del Lago Boye e la riqualificazione ambientale di Jimma, città natale del primo ministro etiopico; o il contributo di varie decine di milioni di euro al suo budget statale, una forma di sostegno non più in voga da tempo perché si presta alle manipolazioni dei governi riceventi.

 

Dall’avvento del governo attuale in Italia, i due premier, italiano ed etiopico, si sono incontrati una decina di volte a Roma, Addis o nelle sedi internazionali, senza che siano state sollevate osservazioni critiche da parte nostra alla situazione dei diritti umani nel paese; sul mancato rilancio economico del Tigray e delle sue popolazioni dopo gli orrori della guerra civile;

 

sem fabrizi

sull’assenza di una giustizia di transizione che individui i responsabili di quanto accaduto nel conflitto interno; sul rischio insito nelle pretese geo-strategiche dell’Etiopia per uno sbocco sul Mar Rosso, che stanno destabilizzando tutta la regione, e preparando secondo gli osservatori un nuovo conflitto su larga scala in Africa orientale.

 

Nulla quindi che abbia aperto una frattura diplomatica, anzi un atteggiamento italiano piuttosto remissivo e compiacente verso Addis Abeba, nonostante gli orrori della recente guerra civile.

 

Tuttavia il governo etiopico si è lamentato del Capo Missione italiano per certe sue “rigidità” su alcuni dossier bilaterali e già dall’inizio del 2026 ha cominciato ad evidenziare una decisa insofferenza nei suoi confronti.

 

Giorgia Meloni e primo ministro etiope Abiy Ahmed

Piuttosto che difendere il nostro diplomatico dalle critiche etiopiche, abbastanza futili se confrontate al complesso dei problemi internazionali attuali, a Roma si è deciso di rimuoverlo dopo solo dieci mesi dal suo insediamento, poiché non corrispondeva ai desiderata di Addis Abeba e malauguratamente “non ha funzionato la chimica”.

 

Il richiamo definitivo in patria di un ambasciatore permane un atto molto grave nelle consuetudini diplomatiche, in genere dovuto a sgarbi pesanti del paese ospitante, o atti di spionaggio, o di accertata malagestione amministrativa, o di incitamento alla sovversione politica, o altri analoghi scenari.

 

Giuseppe Mistretta

Non sembra questo il caso. Con un’operazione molto poco “sovranista”, si è stabilito un grave e pericoloso precedente che purtroppo non ci rafforza, anzi ci indebolisce, anche agli occhi sempre attenti dell’Africa.

Giorgia Meloni e primo ministro etiope Abiy Ahmed URSULA VON DER LEYEN E GIORGIA MELONI - VERTICE SUL PIANO MATTEI PER L AFRICA - FOTO LAPRESSESem Fabrizi