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L’ULTIMA SCOMMESSA DI TRUMP: FAR “SCOPPIARE” DI PETROLIO L’IRAN – IL BLOCCO NAVALE AMERICANO HA L’OBIETTIVO DI PORTARE TEHERAN FINO AI SUOI LIMITI DI STOCCAGGIO DI GREGGIO, QUANDO OGNI DEPOSITO SARÀ COLMO E L’UNICA ALTERNATIVA SARÀ FERMARE LA PRODUZIONE DEI POZZI – A QUEL PUNTO, NELLE INTENZIONI DEL TYCOON, GLI AYATOLLAH SARANNO COSTRETTI A TRATTATARE ALLE CONDIZIONI AMERICANE – MA GLI ESPERTI RICORDANO CHE IL SETTORE ENERGETICO IRANIANO HA DIMOSTRATO FINORA UNA CAPACITÀ DI ADATTAMENTO SORPRENDENTE. E C’È SEMPRE L’AMICO CINESE PRONTO AD AIUTARE IL REGIME…
Estratto dell’articolo di Greta Privitera per il “Corriere della Sera”
produzione di petrolio in iran
La trappola che Washington ha preparato per Teheran si chiama «tank top». È il punto in cui i serbatoi arrivano al limite e non c’è più spazio per un solo barile di petrolio. In quella soglia sta la scommessa americana, perché quando ogni deposito sarà colmo, l’Iran non avrà altra scelta se non intervenire sui pozzi, rallentando o fermando la produzione.
Con tutti i rischi che comporta alterare di colpo la pressione dei giacimenti, tra cui potenziali danni permanenti alle infrastrutture petrolifere. Il blocco navale tanto voluto da Donald Trump non ha solo l’obiettivo di ridurre le entrate del regime, ma vuole colpire il cuore della sua economia, spingere gli ayatollah al negoziato sapendo che la minaccia ultima resta la chiusura forzata dei pozzi.
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iran e petrolio - produzione stoccaggio e commercio
In questo racconto le petroliere ferme al largo, le esportazioni ridotte quasi a zero e i serbatoi che si riempiono danno l’immagine di un sistema vicino al collasso. Molti analisti, però, invitano alla prudenza e considerano eccessiva la sua tabella di marcia, ricordando che il settore energetico iraniano in passato ha dimostrato una capacità di adattamento sorprendente.
Che la situazione sia comunque precaria lo mostra la fotografia tracciata dal Wall Street Journal. Il giornale americano descrive un Paese che rischia di essere «sommerso dal petrolio», costretto a cercare ogni giorno un nuovo espediente pur di non chiudere i rubinetti. Teheran rimette in funzione vecchi siti di stoccaggio dismessi, riempie serbatoi improvvisati, devia il greggio fuori dalla rotta del Golfo e tenta di caricarlo sui treni diretti verso Est. Verso la Cina.
Ma dietro i calcoli di Washington c’è sempre il rischio di sottovalutare la capacità di resistenza e di resilienza del sistema della Repubblica islamica. Un alto funzionario di Teheran ha spiegato a Bloomberg che il Paese ha già iniziato a tagliare la produzione proprio per restare al di sotto della soglia critica e allontanare quel temutissimo «tank top».
A questo si aggiunge il lavoro degli ingegneri, che rivendicano di aver messo a punto procedure per arrestare e riavviare i pozzi riducendo il rischio di danni irreversibili, frutto di anni di sanzioni e stop forzati che hanno abituato il settore a convivere con improvvisi cambiamenti.
isola di Kharg in iran - produzione di petrolio
In altre stagioni di sanzioni, l’Iran era riuscito a mantenere in vita il sistema grazie alle vendite verso la Cina, usando una rete di navi fuori dai controlli internazionali che permettevano al greggio di continuare a muoversi.
Oggi quella rotta parallela è più difficile da praticare, per la presenza militare degli Stati Uniti attorno allo Stretto di Hormuz.
La grande domanda è quanto possa durare ancora l’equilibrio precario costruito da Teheran. Nessuno sa indicare una data precisa, nessuno tranne Donald Trump.
Otto giorni fa ha detto che le infrastrutture petrolifere iraniane sarebbero «esplose» nel giro di 72 ore, una scadenza già superata. Le grandi banche e le società di analisi parlano di un orizzonte nell’ordine di un mese se le condizioni attuali dovessero restare invariate.
Intanto Teheran ha fatto del mare il suo principale magazzino. Un numero crescente di petroliere è fermo intorno all’isola di Kharg, il principale terminale di esportazione del Paese trasformato in una sorta di parcheggio di acciaio e greggio. […]
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