abderrahim mansouri rogoredo

“L’HO RICONOSCIUTO PERCHÉ ERA UNA PERSONA NOTA. LO CHIAMAVAMO CON LO PSEUDONIMO DI ZACK” – IL POLIZIOTTO CHE HA UCCISO IL 28ENNE MAROCCHINO A MILANO SAPEVA BENE CHI AVEVA DAVANTI: ABDERRAHIM MANSOURI HA UNA FEDINA PENALE CHILOMETRICA TRA ACCUSE DI SPACCIO, RAPINA, RESISTENZA, LESIONI, RICETTAZIONE - PER GLI INVESTIGATORI, ABDERRAHIM ERA UN “QUADRO” NELLA MACCHINA DELLO SPACCIO DEL “BOSCO”. E LA SERA IN CUI È MORTO ERA LÌ FORSE PER SUPERVISIONARE, O PER RIFORNIRE (AVEVA ADDOSSO HASHISH, COCA ED EROINA) IL PUSHER ARRESTATO ALLA BARACCA. L’IPOTESI È CHE ABBIA AFFRONTATO I POLIZIOTTI — INVECE DI SCAPPARE COME SUCCEDE OGNI VOLTA CHE LE FORZE DELL’ORDINE S’AFFACCIANO IN ZONA PERCHÉ POTREBBE AVERLI SCAMBIATI PER AGGRESSORI DI UN CLAN “RIVALE”

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1 - I TANTI ALIAS, LE FUGHE, IL CLAN DI BASE AL CORVETTO VITA CRIMINALE DI «ZACK» NEI DISCOUNT DELL’EROINA

Estratto dell’articolo di Pierpaolo Lio per il “Corriere della Sera”

 

Abderrahim Mansouri

La sua prima traccia italiana è già ad alto rischio. È l’agosto del 2016. E Abderrahim «Zack» Mansouri sta scappando da una pattuglia della Finanza. È a Chiaravalle, a poche centinaia di metri da quello che era l’originale «bosco della droga», e dall’altra parte del raccordo autostradale rispetto a dove l’altra sera il 28enne marocchino è morto, colpito da un proiettile sparato da un poliziotto.

 

Quel giorno Abderrahim scavalca una recinzione.

Corre a perdifiato. Ma viene bloccato mentre cerca d’infilarsi in uno stabile.

Lotta comunque per liberarsi dalla presa. E mentre scarica pugni e calci (saranno 12 i giorni di prognosi per un finanziere), prova a sfilare la pistola d’ordinanza dal cinturone di uno dei finanzieri.

 

Da allora, in un decennio accumula alias d’ogni tipo, e precedenti. Spaccio, rapina, resistenza, lesioni, ricettazione.

 

abderrahim mansouri ucciso dalla polizia a rogoredo 4

Nel 2021 finisce in un’operazione antidroga della Polfer. All’epoca, dopo i primi interventi decisi delle forze dell’ordine, il «bosco» si era spostato lungo la ferrovia. Clienti e «cavallini» affollavano il «ponte spezzato» della vicina San Donato Milanese. E lui, che si faceva chiamare Zuahir Whage, con data di nascita sfalsata di un giorno, e domicilio nel quartiere Vigentino, continuava a smerciare eroina.

 

Si fa il carcere a Cremona fino a giugno 2023, quando viene affidato per un anno in prova ai servizi sociali. Lo scorso luglio, un nuovo controllato dalle parti di Rogoredo. Ha in tasca una richiesta di permesso di soggiorno spagnolo, su cui sono in corso verifiche. A settembre è denunciato per stupefacenti e ricettazione (ha con sé due cellulari rubati).

 

EX BOSCHETTO DELLA DROGA A ROGOREDO

Per gli investigatori, Abderrahim era un «quadro» nella macchina dello spaccio del «bosco». E l’altra sera era lì forse per supervisionare, o per rifornire (aveva addosso hashish, coca ed eroina) il pusher arrestato alla baracca.

 

L’ipotesi è che abbia affrontato i poliziotti — invece di scappare come succede ogni volta che le forze dell’ordine s’affacciano in zona — perché potrebbe averli scambiati per aggressori di un clan «rivale».

 

Fino a dieci anni fa, a quel primo arresto eseguito dalla Gdf, l’allora 19enne era invece uno dei tanti «fantasmi» che gravitavano attorno al discount dell’eroina di Rogoredo, dove la «brutta», come la chiamano i pusher , si vende all’esercito di zombie anche in microdosi di meno di mezzo grammo a 5 e 10 euro. Ma quel cognome, da quelle parti, ti proietta nel management dello spaccio. Clan Mansouri. «Casa» a Oulad Fennane, paesino rurale nell’entroterra del Marocco. «Base» al quartiere Corvetto. E «azienda» tra la boscaglia di questo pezzo di Milano che vede sfrecciare i treni ad alta velocità. […]

 

 

abderrahim mansouri ucciso dalla polizia a rogoredo 5

2 - «GLI HO DETTO: FERMO, POLIZIA HA ESTRATTO L’ARMA, HO SPARATO QUELLA SENSAZIONE DI PAURA»

Estratto dell’articolo di Cesare Giuzzi per il “Corriere della Sera”

 

«L’ho riconosciuto perché era una persona nota al commissariato. Lo chiamavamo con lo pseudonimo di Zack». L’assistente capo vede il 28enne Abderrahim Mansouri s bucare tra gli arbusti del bosco di Rogoredo. Lui è insieme a un collega. Altri quattro agenti, due in divisa, gli altri in «borghese» come lui, hanno appena fermato un pusher bengalese con un po’ di droga.

 

Lui e il collega erano da un’altra parte, verso il Corvetto, sempre impegnati nello stesso «servizio straordinario volto al contrasto dello spaccio di stupefacenti». Decidono di avvicinarsi per dare aiuto.

 

boschetto di rogoredo 2

Quando arrivano alla «rotonda» parlano con gli altri agenti e si addentrano nel bosco. Sono quasi le cinque e mezza di lunedì pomeriggio: «Eravamo in penombra», racconterà il poliziotto, ora indagato per omicidio volontario («sono triste e preoccupato»), al pm Giovanni Tarzia. «Ad un certo punto da lontano vedo due figure che si avvicinavano, poi uno si ferma, l’altro inizialmente l’ho perso di vista e poi l’ho rivisto di nuovo avvicinarsi e fermarsi. Da quando l’ho visto a quando è arrivato saranno passati dieci minuti».

 

L’assistente capo, da una ventina d’anni in polizia, è in servizio alla squadra investigativa del commissariato Mecenate. È un esperto del bosco. Ha fatto «circa 40 arresti l’anno scorso e 4 quest’anno». Dice al collega che lo segue («cinque metri dietro di me, in modo da poter intervenire») che «essendo molto conosciuto in zona, era opportuno che mettessi il cappuccio per non farmi riconoscere».

 

abderrahim mansouri ucciso dalla polizia a rogoredo 6

Tutto succede in pochi secondi: «Quando siamo arrivati a circa 20 metri la persona si è fermata. Ci siamo qualificati dicendo “fermo polizia” e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un’arma puntandocela contro. Nel frattempo avevo aperto il giubbotto e avevo fatto un passo per iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale ed ho esploso un colpo». Il pm chiede se il poliziotto abbia detto qualcosa a Mansouri: «Ho detto “fermo, polizia” e poi lui ha estratto la pistola. La mia idea era rincorrerlo perché è una dinamica che si ripete sempre. Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata».

 

boschetto di rogoredo 3

Il proiettile centra il 28enne alla testa, nella parte alta della tempia, e risulta sparato da 31 metri (distanza bossolo-corpo). Un solo colpo, dritto per dritto. Mansouri — che ha precedenti per rapina, droga e resistenza — cade a terra immobile ma ancora vivo: «Era a faccia in su e l’arma era vicino. Io, per come ci hanno insegnato a fare, tolgo l’arma dalla disponibilità del soggetto. Mi sembra di averlo fatto con la mano». L’agente aggiunge anche che prima dell’arrivo dei soccorsi, e forse prima di spostare l’arma (che si rivelerà una scacciacani) ha chiesto al collega di scattare delle foto […]

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