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“IL PUNTO, PER GLI INVESTIGATORI, NON È SOLO STABILIRE SE CIÒ CHE LAVITOLA RACCONTA SIA VERO. È CAPIRE PERCHÉ LO RACCONTI” – “REPUBBLICA”: “IL TEMA NON È SOLO L'ATTENTATO. È CIÒ CHE GLI È STATO COSTRUITO INTORNO. NELLE CONVERSAZIONI INTERCETTATE EMERGE ANCHE UNA STRATEGIA DA METTERE IN CAMPO DOPO L'ATTENTATO. AGLI ESECUTORI MATERIALI È STATO OFFERTO DI ANDARE IN ‘SPAGNA, AUSTRIA O FRANCIA’. MA IL PIANO SI ARENA DAVANTI ALLA PAURA: ‘MA SE MI FANNO UNA CATTIVERIA E MI FANNO SCOMPARIRE?’. POI LA SOLUZIONE: UN AVVOCATO. SERGIO COLA. ANCHE L'EVENTUALITÀ DELL'ARRESTO È STATA CONTEMPLATA. NELLE INTERCETTAZIONI, ‘QUELLO’ (COSÌ VIENE INDICATO IL MANDANTE) DETTA LA VERSIONE DA FORNIRE AGLI INVESTIGATORI. ‘DOVEVO BUTTARE MERDA’ SU RANUCCI, SINTETIZZA UNO DEGLI ESECUTORI. POI C'E' QUELLO LAVITOLA RACCONTA MENTRE È A TAVOLA CON UN IMPRENDITORE E CHE IL GIUDICE RICOSTRUISCE COSÌ: ‘SECONDO LAVITOLA NESSUNO AVREBBE CREDUTO CHE IL MANDANTE DELL'ATTENTATO FOSSE LUI, SOSTENENDO CHE TUTTI AVREBBERO PENSATO CHE IL MANDANTE FOSSE RANUCCI STESSO’. LA DIFESA SAREBBE STATA AFFIDATA ALLA VITTIMA…”

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I VELENI DI LAVITOLA IL LEGALE: "RANUCCI INTUÌ CHI ERA IL MANDANTE"

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per “la Repubblica”

 

VALTER LAVITOLA E SIGFRIDO RANUCCI

 “Gli atti dimostrano che lo stesso Ranucci aveva chiesto di aumentare la scorta, è intuibile che dopo l'attentato avesse capito chi fosse il mandante». È una frase che, nell'inchiesta sull'attentato a Sigfrido Ranucci, vale più di quello che dice. Perché non è isolata. Si inserisce in una sequenza di dichiarazioni, interviste, conversazioni intercettate, versioni offerte agli investigatori. E soprattutto perché a pronunciarla è Sergio Cola, l'avvocato di Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell'attacco dinamitardo sotto casa del giornalista.

VALTER LAVITOLA

 

Il punto, per gli investigatori, non è soltanto stabilire se ciò che Lavitola racconta sia vero. È capire perché lo racconti. Se intenda mandare messaggi e se la nuova ipotesi di tornare a parlare con i pm nasconda in realtà un altro fine. È questa la nuova direttrice dell'indagine.

 

Una linea che porta i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma a rileggere, una per una, le dichiarazioni del faccendiere. Anche secondo il gip, alcune delle parole pronunciate da Lavitola durante l'interrogatorio di garanzia sono state un tentativo «di inquinare l'attività investigativa dando vita a vere e proprie opere di depistaggio».

 

Clesio Tavares Gomes - Sigfrido Ranucci - Valter Lavitola

Il tema, dunque, non è soltanto l'attentato. È ciò che gli è stato costruito intorno. Le interviste, in questo quadro, diventano un capitolo dell'indagine. E anche le dichiarazioni di Lavitola, che aveva già detto che il suo amico Ranucci potrebbe aver intuito che lui fosse il mandante.

 

Del resto Lavitola ha una storia giudiziaria lunga. E soprattutto una modalità di azione che non sembra affidarsi a un'unica soluzione. Il movente attribuito all'attentato — «per fargli del bene» — è già di per sé una spiegazione che apre più interrogativi di quanti ne chiuda.

 

valter lavitola

L'indagine, iniziata dal pm Carlo Villani e poi proseguita con il collega Edoardo De Santis, punta così sui depistaggi, sulle piste investigative offerte da diverse persone che poi non hanno portato a nulla. Sono state molte. Quella neofascista. Il cartello di Sinaloa. I servizi israeliani. Il cantiere navale di Rovigo. La mafia, che in una circostanza insolita si è affrettata a negare qualsiasi coinvolgimento scrivendo ai pm.

 

Strade che oggi vengono rilette con una domanda diversa: chi aveva interessa a far prendere all'indagine una strada sbagliata? È qui che torna Lavitola. Perché nelle conversazioni intercettate emerge anche una strategia da mettere in campo dopo l'attentato.

 

valter lavitola e sigfrido ranucci al cefalu bistrot - foto di aldo torchiaro

Agli esecutori materiali è stato offerto di andare in «Spagna, Austria o Francia». Ma il piano si arena davanti alla paura: «Ma se mi fanno una cattiveria e mi fanno scomparire?». Poi la soluzione alternativa: un avvocato. Sergio Cola. Una telefonata, una parola convenuta: «Gomes».

 

E il professionista avrebbe dovuto capire. La telefonata viene effettuata. La parola viene pronunciata. L'appuntamento viene fissato. Ma l'incontro non avviene. Cola ha spiegato a Repubblica di non aver mai visto gli uomini del commando. Anche l'eventualità dell'arresto è stata contemplata.

valter lavitola

 

Nelle intercettazioni, «quello» — così viene indicato il mandante — detta la versione da fornire agli investigatori: «Questo albanese mi ha detto che doveva recuperare i soldi. E mi ha dato una botticella e l'abbiamo fatto spaventare».

 

Come fosse una questione di droga. «Dovevo buttare merda» su Ranucci, sintetizza uno degli esecutori. Che oggi chiederanno di essere sentiti avendo capito di essere stati scaricati.

 

valter lavitola

Poi arriva il paradosso. Quello che Lavitola racconta mentre è a tavola con un imprenditore e che il giudice ricostruisce così: «Secondo Lavitola nessuno avrebbe creduto che il mandante dell'attentato fosse lui, sostenendo che tutti avrebbero pensato che il mandante fosse Ranucci stesso». La difesa, insomma, sarebbe stata affidata alla vittima. «Nessuno crede che il mandante sono io…Ranucci va in commissione parlamentare e mi difende», diceva Lavitola. È questo il punto sul quale adesso si concentra una parte dell'inchiesta. […]