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    DALLA A ALLO ZIMMER - HANS ZIMMER, UNO DEI PIÙ GRANDI COMPOSITORI DI HOLLYWOOD CON DUE PREMI OSCAR E LE MUSICHE DI OLTRE 150 FILM, METTE DA PARTE TEMPORANEAMENTE IL CINEMA PER PORTARE LE SUE COLONNE SONORE NEI PALAZZETTI DI TUTTO IL MONDO - "TIKTOK? LA BREVITÀ È UN BUON ALLENAMENTO. VALE ANCHE CON LE PAROLE: LA STESSA PAROLACCIA PUÒ ESPRIMERE QUALSIASI EMOZIONE…"


     
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    Andrea Laffranchi per il “Corriere della Sera”

     

    La vita di una colonna sonora senza immagini. Morricone docet. Se il maestro italiano portò le sue musiche da film in una direzione classicheggiante vestendole con frac e orchestra, Hans Zimmer preferisce un'estetica contemporanea. Il musicista tedesco, 65 anni, è uno dei compositori più stimati a Hollywood: due premi Oscar ( Il re leone e Dune ), le musiche di circa 150 pellicole tra cui Inception , Pirati dei Caraibi , The Dark Knight , L'ultimo samurai .

     

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    In parallelo al lavoro in studio, Zimmer gira il mondo e riempie i palazzetti con uno show che ha dentro le luci, le atmosfere e la grandeur del pop-rock. Lui è sul palco con una band di 20 elementi, il Disruptive Collective, e con il coro e l'orchestra di Odessa: la scorsa primavera è passato dal Forum di Assago (a marzo uscirà un album che documenta il tour) e a maggio sarà a Torino (1) e Bologna (3).

     

    Operazione inversa. Se fosse un regista e dovesse mettere immagini a queste sue musiche?

    «Sarebbe un film felliniano, fra Amarcord e I clowns . Io e i musicisti, gente che viene da ogni parte del mondo, siamo come una famiglia che si ama e litiga e crea ogni giorno un film on the road. A Fellini sarebbe bastato puntare la telecamera. C'è anche un altro lato: nella band molti sono rifugiati dal Venezuela e dall'Ucraina e questo ci fa tenere uno sguardo su quello che accade nel mondo».

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    Perché nello show non proietta le scene dei film?

    «È stata una scelta quella di non avere nemmeno un frame. Primo perché volevo vedere se la musica potesse stare in piedi da sola e poi per omaggiare un gruppo di musicisti con cui lavoro da anni. Se avessi messo le immagini avrei dovuto aggiungere anche i dialoghi e infine gli effetti speciali... a quel punto sarebbe di nuovo cinema».

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    Il suo spettacolo ricorda i concerti pop e rock...

    «Mi chiedevo cosa fossimo, un'orchestra, una band... se avessimo bisogno di un direttore... A un concerto di classica c'è un uomo che per tutta la sera dà le spalle al pubblico: che scortesia... E un gruppo di persone che legge dei fogli di carta... Sembra una scena da una domenica in un matrimonio andato a male. Ho pensato di fare qualcosa di moderno e diverso».

     

    Come si sente sul palco nel ruolo di front man?

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    «Ho sempre avuto il terrore del palco. Nel 2013-14 due amici come Johnny Marr e Pharrell Williams hanno iniziato a dirmi che non potevo stare dietro uno schermo e che dovevo imparare a guardare il pubblico negli occhi. Continuavo a opporre la mia paura del palco. Pharrell mi ha invitato a suonare la chitarra con lui ai Grammy. Sarebbe stato sciocco dire di no».

     

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    Il suo primo Oscar lo ha avuto con un cartone animato. Ricordi del «Re Leone»?

    «All'inizio non volevo farlo. Ho accettato perché mia figlia aveva 6 anni e come ogni buon papà volevo darmi delle arie... Avevo anche detto che non avrei mai voluto farne un musical perché odio Broadway. Poi abbiamo fatto anche quello e da lì mi sono venute nuove idee. Quel film che ha un grande significato per me: parla di un padre morto con il figlio piccolo e mio papà è morto che ero bambino».

     

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    L'anno scorso il primo Bond con «No Time to Die». Com' è lavorare a un mito?

    «Sono amico di Barbara Broccoli, la produttrice dei film di Bond e prima di lei li produceva il padre. Fa molto Bond il racconto di come ci siamo conosciuti: eravamo a Tangeri a un matrimonio di amici comuni... per anni non abbiamo fatto nulla per evitare di rovinare un'amicizia.

     

    Quando è successo (venne chiamato a sostituire Dan Romer ndr ) ho capito che Bond è come una famiglia, ti accolgono e ti fanno sentire così. Abbiamo avuto molta libertà, ma allo stesso tempo c'era la rete di sicurezza del passato, il dna cui rivolgersi nel bisogno».

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    L'ultimo Oscar è stato «Dune». Come è andata?

    «Non potevo riunire l'orchestra e andare in studio a causa del Covid, così ho lavorato a distanza con musicisti sparsi nel mondo. Ognuno ha messo le proprie speranze in quello che faceva. Il tutto mentre mia figlia nella stanza a fianco cercava di dormire...»

     

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    Andiamo verso forme di intrattenimento sempre più brevi, i pochi secondi di TikTok sono un limite?

    «No. Vengo dalla pubblicità e la brevità è un buon allenamento. Pensate all'inizio della Quinta di Beethoven: quelle note dicono tutto, il resto è spiegazione ed esplorazione. Vale anche con le parole: la stessa parolaccia può esprimere qualsiasi emozione».

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