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    VESPA NEL MIRINO DELL’ANTIMAFIA! IL MAGISTRATO CHE HA INDAGATO RIINA JR IMPALLINA L’INTERVISTA DA BRU-NEO: “HA LANCIATO MESSAGGI MAFIOSI CONTRO I PENTITI. ALTRO CHE SEMPLICE FIGLIO, ERA A CAPO DI UN GRUPPO MAFIOSO E CONDIVIDEVA LA STRATEGIA DEL PADRE”


     
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    1 - IL PM ANTIMAFIA ACCUSA: "RIINA JR, UN ATTACCO ALLO STATO, HA DETTO QUELLO CHE VOLEVA"

    Salvo Palazzolo per “La Repubblica – Palermo”

     

    maurizio-de-lucia. maurizio-de-lucia.

    «Nell`intervista a Porta a Porta, il giovane Riina fa passare suo padre come persona normale, per dire che tutti i mafiosi sono personali normali, non criminali. E tenta di mettere Cosa nostra sullo stesso piano dello Stato».

    Parla Maurizio de Lucia, il magistrato che nel 2001 scoprì il vero ruolo di Giuseppe Salvatore Riina e poi ne chiese l`arresto e la condanna. Durante quell`indagine, le intercettazioni sorpresero il figlio del capo di Cosa nostra a parlare delle stragi Falcone e Borsellino.

     

    In Tv, Riina ha detto invece di non sapere nulla di quella stagione. Come iniziò quell`indagine?

    VESPA RIINA VESPA RIINA

    «L`inchiesta, condotta dalla squadra mobile, puntava su un gruppo di giovani che apparivano parecchio intraprendenti dal punto di vista criminale e imprenditoriale. Non a caso quell`indagine fu ribattezzata "new generation". Riina era il punto di riferimento di quel gruppo. Nelle intercettazioni lo sentivamo esprimersi con modi bruschi, ma poi agiva in modo molto raffinato. Attraverso alcune società puntava al controllo di una serie di lavori all`interno del porto e con una rete di complici curava complessi meccanismi di riciclaggio. Era questo il nuovo volto della mafia di Corleone che stavamo scoprendo. La sentenza ha condannato il figlio di Riina per essere stato capo e promotore di quel gruppo, con una grande capacità di intessere relazioni di un certo livello a livello sociale e imprenditoriale».

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    Nel libro e in televisione ha recitato piuttosto la parte del figlio che si è ritrovato in una certa situazione. Cosa sapeva il giovane Riina sulla stagione delle stragi? E dunque cosa non ha detto a Vespa?

    «Quelle parole intercettate non erano dei commenti in libertà del figlio del capo di Cosa nostra mentre passava in auto dal luogo dell`eccidio di Capaci. Erano la condivisione di una strategia ben precisa, che non rinnegava affatto la stagione delle bombe e dieci anni dopo puntava a dare una svolta all`organizzazione. La svolta degli affari. In questa prospettiva citai quelle parole nel corso della mia requisitoria. Non certo per esprimere un giudizio morale sull`imputato Riina, che non veniva processato per le sue idee o per il suo cognome, ma perché responsabile di reati che le sentenze hanno giudicato e dunque di un progetto criminale ben preciso, in continuità con quello del padre».

     

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    Secondo lei, perché Riina ha deciso di scrivere un libro?

    «Sarà stato in cerca di pubblicità, ma certamente nelle sue parole si leggono dei messaggi. Ci descrive suo padre a casa. Potremmo citare la filosofa Anna Arendt nel suo libro "La banalità del male": tutti gli assassini hanno momenti di umanità, ma è la parte pubblica quella che rileva, non quella privata. Il figlio di Riina punta invece a fare apparire normali tutti gli uomini di Cosa nostra. È il suo primo obiettivo».

     

    Il secondo?

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    «Riina attacca gli strumenti che lo Stato ha utilizzato per il contrasto alla mafia, in particolare i pentiti. Continua a ribadire un concetto evidenziato da suo padre venticinque anni fa, che i pentiti vengono riempiti di soldi e non fanno un solo giorno di galera. In realtà, la legge regola il sistema in maniera rigorosa. Riina insinua che lo Stato ha giocato sporco, quasi fosse alla stregua di Cosa nostra».

     

    Insomma, quell`intervista con Vespa si conferma un vero successo per Giuseppe Riina. Pubblicità al libro assicurata e messaggi in libertà.

    «Compito del giornalista dovrebbe essere quello di fare emergere ciò che interessa il pubblico. Questa volta, invece, è emerso quello che interessava all`intervistato».

     

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    2 - IMPASTATO ALLA RAI: "SONO TENTATO DI BLOCCARE IL FILM SU MIA MADRE"

    Lettera di Giovanni Impastato a “Repubblica”

     

    Caro direttore generale della Rai, come lei certamente sa, mio fratello, Peppino Impastato, è stato barbaramente ucciso dalla mafia il 9 Maggio 1978. Dopo il film I Cento Passi di Marco Tullio Giordana, due anni fa sono stato coinvolto da Matteo Levi della casa di produzione "11 Marzo Film" nel progetto di una pellicola che avrebbe dovuto raccontare il coraggio di mia madre, Felicia Bartolotta che, con fierezza e tenacia, si è battuta contro tutto e tutti per ottenere verità e giustizia.

     

    Giovanni Impastato Giovanni Impastato

    Il film dedicato a mia madre è stato realizzato ed è stato prodotto da una delle reti che stanno sotto la sua direzione, Rai 1, la stessa che nella trasmissione "Porta a Porta" ha messo in onda l'intervista del figlio di Totò Riina. Questo figlio che, a differenza di Peppino, di mia madre e di tutta la nostra famiglia, non rinnega un padre mafioso, anzi lo difende e nega ogni condanna pronunciata contro di lui.

     

    Tutti conoscono, compreso lei, la storia del criminale al quale sono imputabili diverse stragi e le uccisioni di molti padri e figli innocenti. Ritengo inconcepibile che sia stata permesso di dare spazio a questa persona senza pensare alle conseguenze di un messaggio negativo e diseducativo soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. Una messa in onda lontana anni luce dal "dovere di cronaca" e che può ricondursi piuttosto a un'operazione di basso livello editoriale per l'uscita di un libro che non merita di essere promosso e tanto meno dalla nostra tv pubblica.

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    Non penso - come sostiene Bruno Vespa - che sia questo il modo di conoscere o studiare il fenomeno. Ma è piuttosto un modo per far crescere l'audience al costo di calpestare la dignità di molte persone - come noi - che hanno pagato un prezzo altissimo con il sacrificio dei propri cari. Non si può giocare con il sangue delle nostre vittime cercando forzatamente lo scoop e destando la curiosità del pubblico con operazioni di cattivo gusto fino a mitizzare il mafioso.

     

    Le confesso di essere molto in difficoltà, dopo quello che è successo, nell'accogliere con entusiasmo il film su mia madre, pur rispettando il lavoro e il valore del regista Gianfranco Albano, degli sceneggiatori Monica Zappelli e Diego De Silvia e di una straordinaria interprete come Lunetta Savino. E le confesso anche che tanto è stato il mio sconcerto in queste ore che ho pensato a una diffida alla sua azienda di trasmettere il film. Ma non permettere al pubblico di conoscere la storia di mia madre sarebbe come darla vinta a un'informazione malata di protagonismo che, pur di affermarsi, è pronta anche a calpestare il dolore dei parenti di tante vittime innocenti.

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    Le storie di mia madre, di Peppino, di tutti noi e di tanti altri, compresi quei figli delle mafie,

    che hanno fatto la scelta coraggiosa di rinnegare i loro stessi padri (una fra tutte Rita Atria), meritano di essere raccontate. Siamo noi la linfa di questo paese e, finché vivremo, lotteremo per sconfiggere il potere mafioso, a dispetto di questi indegni spettacoli che i media ci offrono.

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