Giorgio Gandola per "La "Verità"
stefano patuanelli question time in senato 1
«Ora le sciabole stanno appese, combattono i foderi». È la teoria di Paolo Cirino Pomicino per spiegare il declino del Paese, all'accelerazione del quale non fece mancare un fattivo contributo personale. Il fodero sgualcito Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo economico, oggi è l'esempio illuminante di questa teoria involuzionista.
E il suo incontro misterioso con l'ex amministratore di Autostrade per l'Italia, Giovanni Castellucci - praticamente Satana in persona per il Movimento 5 stelle - allunga un'inquietante ombra sugli Stati Generali online del partito. Il problema è semplice: i grillini si riuniscono per ripartire dalle sorgenti della purezza del vaffa (questo almeno spera Alessandro Di Battista) e invece sono costretti a dibattersi dentro la palude dell'ambiguità di governo.
giovanni castellucci
Il contrappasso è stridente, Patuanelli procede rasente i muri nell'intento di mimetizzarsi con la tappezzeria. Ieri l'intero Movimento, che il giorno prima aveva chiesto le dimissioni di Giovanni Toti per la telefonata salva-Carige (sempre a Castellucci), ha dovuto inghiottire la caustica replica del governatore ligure: «Se Toti avrebbe dovuto dimettersi per una telefonata, che cosa dovrebbe fare Patuanelli che addirittura l'ha incontrato? Che brutto il moralismo peloso quando ti si ritorce contro».
STEFANO PATUANELLI
Al di là della scaramuccia, rimane enorme in mezzo alla stanza il macigno rappresentato da un ministro del movimento più legalitario della galassia (honestàh) che fra un pasticcino e una tazza di Earl grey convoca un manager indagato per il crollo del ponte Morandi con 43 morti e gli chiede di nascosto se prova a salvare Alitalia. È vero che dopo il trasformismo di Giuseppe Conte la già traballante coerenza italiana ha assunto la consistenza di un budino, ma un anno fa non c'era grillino che non uscisse indignato dalla stanza in cui era stata pronunciata la parola Castellucci.
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Per tutto il mondo Benetton, pullover compresi, i grillini invocavano solo un destino: le patrie galere. E mentre la parte più naïf del governo chiedeva di assistere a un rotolar di teste, quella dell'indiziato numero uno annuiva fra velluti e stucchi davanti alle proposte del Patuanelli, colonnello moderato a metà strada fra Luigi Di Maio e Roberto Fico, tessitore scelto per trattare con il Pd nei giorni convulsi della nascita del governo Conte bis.
gualtieri conte patuanelli
Coerenza sottozero e trasparenza del tutto latitante, visto che l'incontro è rimasto segreto fino all'intercettazione. Anzi, fino a quando un pm non si è affrettato a spiegare davanti alla pressione mediatica che «non si trattava della De Micheli». Il «sono stato io» di Patuanelli ormai smascherato per sottrazione è perfino tenero; somiglia alla confessione di un alunno di terza elementare. E lascia il movimento nudo davanti a se stesso e alla sua trasformazione in partito di governo, di alleato organico del Pd, vale a dire del potere più vecchio e pervasivo presente nel Palazzo. L'immagine del grillismo da scendiletto, decadente perché ormai maestro di compromessi con chiunque, sta tutta dentro la doppia morale di una vicenda triste.
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Una storia che sembra essere arrivata direttamente dalla melassa consociativa postdemocristiana che i 5 Stelle volevano spazzare via. Un figurone. Mandavano a morte Castellucci davanti al popolo assetato di giustizia; lo deridevano anche per aver fatto cadere il plastico del ponte davanti a Renzo Piano.
Ma nella penombra spedivano il più mellifluo dei loro (e la senatrice Giulia Lupo, ex hostess quindi competente in crisi aziendali complesse) a trattare per Alitalia proprio con il reprobo da bruciare sulla pira. «Ma non gli ho dato alcun incarico, non ci sono stati seguiti all'incontro», si giustifica goffamente il ministro. Non era necessario, la figura da fodero è già solare così.
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