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ARCHEO: QUANDO I PENSOSISSIMI CRITICI ITALIANI DE’ SINISTRA STRONCARONO SPIELBERG – ERA IL 1973, E IL REGISTA, ANCORA SCONOSCIUTO, ERA A ROMA PER PRESENTARE “DUEL”, IL SUO FILM D'ESORDIO. ALLA PROIEZIONE STAMPA, I CRITICI VOGLIONO SAPERE SOLO UNA COSA, E CIOÈ SE IL LUNGO INSEGUIMENTO TRA UN'AUTOCISTERNA E LA PLYMOUTH GUIDATA DA DENNIS WEAVER È UNA “METAFORA DELLA LOTTA DI CLASSE”: “L'AUTOMOBILISTA È UN SIMBOLO DELLA CLASSE OPERAIA AMERICANA MINACCIATA DALLA REAZIONE DEL POSTFORDISMO?”. SPIELBERG NON SA COSA RISPONDERE. PENSA DI AVER FATTO UN FILM DI SUSPENSE. DICE CHE GIRANDOLO AVEVA IN MENTE SEMMAI GLI INSEGUIMENTI DI WILLY COYOTE E BEEP BEEP NEL CANYON. I CRITICI SI ALZANO E VANNO VIA. SPIELBERG TORNA IN ALBERGO AFFRANTO. …
Estratto da “Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un'ossessione italiana”, di Andrea Minuz (Silvio Berlusconi editore)
Egemonia senza cultura DI ANDREA MINUZ
Nel settembre del 1973, un giovanissimo Steven Spielberg è a Roma per presentare Duel, il suo film d'esordio (se non l'avete visto: un commesso viaggiatore ha la malaugurata idea di superare un'autocisterna, questa inizia a inseguirlo senza sosta per tentare di buttarlo fuori strada, un film praticamente senza dialoghi, tutto costruito su questa tensione).
Sin lì Spielberg ha girato cortometraggi e telefilm per la Universal. E la prima volta che mette piede fuori dagli Stati Uniti. È un nerd cinefilo, dell'Italia conosce i nostri grandi film e poco altro.
La proiezione stampa si rivela un disastro. Finito il film, i critici italiani vogliono sapere solo una cosa, e cioè se questo lungo inseguimento tra un'autocisterna e la Plymouth guidata da Dennis Weaver è una «metafora della lotta di classe». «In che senso?» chiede Spielberg.
Si spiegano meglio: «L'automobilista è un simbolo della classe operaia americana minacciata dalla reazione del postfordismo?». Spielberg non sa cosa rispondere. Pensa di aver fatto un film di suspense. Dice che girandolo aveva in mente semmai gli inseguimenti di Willy Coyote e Beep Beep nel canyon.
I critici si alzano, vanno via. Spielberg torna in albergo affranto. Non capisce dove ha sbagliato. Per un po' non avrà molta voglia di tornare in Europa. Duel però gli spiana le porte di Hollywood.
Sono cose vecchie, direte voi. Roba passata. Ma il fatto che oggi qualcuno noterebbe magari che in Duel non ci sono personaggi neri o che le auto non sono elettriche non mi pare poi un gran progresso.
Il grosso del pubblico naturalmente se ne fregava. Anche se all'epoca in tanti avevano soggezione del severo giudizio intellettuale che non approvava consumi culturali errati. Su tutto poi aleggiava l'italianissimo mantra: se vi divertite non è cultura, se è cultura non c'è niente da ridere. Il pubblico finiva spesso sul banco degli imputati.
duel il filmi d'esordio di steven spielberg
«Com'è possibile che film brutti siano popolari? Com'è possibile che il popolo ami film non progressisti?» si domandava «l'Unità» schifata dagli incassi di Pane, amore e fantasia, dal successo dei drammoni strappalacrime con Amedeo Nazzari e dei film di Don Camillo. Le ragioni non erano poi così complicate da capire. Eppure, per i critici di sinistra era inconcepibile.
duel il filmi d'esordio di steven spielberg
duel il filmi d'esordio di steven spielberg
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